Si apre ufficialmente il dialogo tra Unicredit e il governo sulle prescrizioni del golden power. Giovedì 15 a Roma si è tenuto il primo incontro tra la delegazione della banca e i funzionari del Tesoro sul provvedimento emesso prima di Pasqua in relazione all’ops su Banco Bpm.
Al vertice - descritto di natura tecnica - avrebbero partecipato il direttore partecipazioni societarie del ministero Stefano Di Stefano, i responsabili m&a e affari legali di Unicredit Giacomo Marino e Rita Izzo e un team legale. La disponibilità a dialogare sui paletti dopo la chiusura delle scorse settimane è stata letta come un segnale positivo dalla banca. I rappresentanti del Tesoro sono sembrati attenti alle ragioni della banca e aperti al confronto, anche se «il Dpcm è quello, non si interpreta e non si modifica», fa sapere una fonte. È comunque ancora presto per fare pronostici: l’incontro ha avuto carattere introduttivo e nuovi meeting sarebbero già in agenda per le prossime settimane.
Le ragioni di Unicredit sono quelle esposte al mercato subito dopo il dpcm di Pasqua. Da un lato le esigenze di sicurezza nazionale invocate dal governo non convincono la banca. La partecipazione di investitori internazionali all'azionariato, si fa osservare, non altera il profilo italiano di Unicredit, che mantiene sede e radicamento in Italia. Proprio l’assenza di giustificazioni potrebbe prestare il fianco a rimostranze da parte della Commissione Europea. Il diritto Ue prevede infatti che le restrizioni alle libertà di mercato attraverso leggi nazionale siano proporzionate e basate sul legittimo interesse pubblico, pena l’avvio di possibili procedure di infrazione.
L’altro aspetto che preoccupa la banca è il potenziale conflitto tra la prescrizioni e le strategie che garantiscono la sana e prudente gestione e le richieste della Vigilanza. In questa direzione per esempio potrebbe andare la richiesta di cessare tutte le attività in Russia (raccolta, impieghi, collocamento fondi prestiti transfrontalieri) entro nove mesi o di mantenere per un periodo di almeno cinque anni il peso attuale degli investimenti di Anima in titoli di emittenti italiani o ancora di conservare sempre per cinque anni il rapporto impieghi/depositi praticato da Banco Bpm e Unicredit in Italia. Proprio su quest’ultimo aspetto, riferisce una fonte, è possibile che si apra uno spiraglio nella trattativa con il governo e che venga introdotta una maggiore flessibilità rispetto alla versione iniziale del provvedimento.
L’esito delle discussioni inciderà sul futuro dell’ops. Unicredit ha tempo sino al penultimo giorno di offerta (29 giugno) per fare un passo indietro e potrebbe decidere solo in zona Cesarini. La rinuncia a Banco Bpm, si specula a Roma, non dispiacerebbe a Palazzo Chigi che anzi a quel punto potrebbe cambiare linea verso l'istituto di Orcel e propiziare la partita Commerzbank. Anche l’istituto di Francoforte infatti è una preda impegnativa, non solo per la strenua resistenza opposta dal suo management («La nostra strategia è indipendente», ha ribadito ancora ieri la ceo Bettina Orlopp), ma soprattutto per le perplessità del nuovo esecutivo guidato dal cancelliere Friedrich Merz. (riproduzione riservata)