Andrea Orcel bussa alla porta delle istituzioni romane per sondare il livello di consenso della sua strategia di m&a, ma senza incassare grandi risultati. Lunedì 3 marzo per il ceo di Unicredit è stata una giornata di incontri nella capitale.
Il banchiere avrebbe visto alcuni rappresentanti di Palazzo Chigi, tra cui il capo di gabinetto della premier Meloni, Gaetano Caputi, per illustrare le tre operazioni oggi sul tavolo: l’ops su Banco Bpm, la scalata a Commerzbank e l’acquisto del 5,2% di Generali in vista dell’assemblea di primavera.
Secondo alcune fonti Orcel si sarebbe recato anche in Banca d’Italia per un incontro con il governatore Fabio Panetta. Non c’è stato invece nessun faccia a faccia con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, da tempo molto tiepido sulla strategia di Orcel.
Il gelo tra via XX Settembre e il numero uno di Unicredit risale almeno al novembre scorso quando, con l’ops a sorpresa sul Banco, Piazza Gae Aulenti aveva complicato non poco la costruzione di un terzo polo del credito intorno alla privatizzata Montepaschi. In risposta a quel blitz Giorgetti aveva anche ventilato l’uso degli strumenti del golden power per ostacolare l’aggregazione tra Unicredit e il Banco.
Proprio la procedura golden power è stata al centro ieri di una riunione tra Orcel e i funzionari di Palazzo Chigi. Dopo la pre-notifica di dicembre e la notifica di inizio febbraio, il comitato ha 45 giorni di tempo (estendibili per altri 30 in caso di richiesta di informazioni alla società e a terzi) per esprimersi. Una bocciatura appare improbabile, soprattutto perché Unicredit è una banca italiana anche se partecipata da alcuni dei principali investitori internazionali.
Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza però per il parere finale il governo starebbe studiando alcuni precisi paletti (in gergo remedies). Alla banca di piazza Gae Aulenti potrebbero essere imposte garanzie sul mantenimento in Italia della sede legale e del quartier generale. Ulteriori vincoli potrebbero riguardare i livelli occupazionali e di credito (considerando l’ampio bacino di clientela corporate in Lombardia e Veneto), la rivisitazione della rete commerciale e l’impiego del risparmio raccolto in Italia.
Le partite di Unicredit hanno richiamato a Roma anche alcuni grandi azionisti della banca. In particolare, secondo quanto risulta, le principali fondazioni socie di piazza Gae Aulenti avrebbero sondato il ministero dell’Economia per capire gli orientamenti del governo sul risiko bancario in corso. Le interlocuzioni avrebbero riguardato in primis Fondazione Crt (1,9% dell’istituto), attiva anche sulla partita Generali di cui detiene circa il 2% e dove è in corso un confronto fra i soci forti anche per l’operazione Natixis su cui il governo ha espresso preoccupazione.
«Confido che non si ripetano quelle difficoltà. La Fondazione è per una soluzione che non porti a spaccature come quelle del passato», ha spiegato però poco prima di Natale la presidente dell’ente torinese, Anna Maria Poggi, in relazione al sostegno dato tre anni fa alla lista Caltagirone. Non risalirebbe infine a ieri ma alle settimane passate un incontro sempre fra Orcel e il costruttore romano.
Alcune fonti finanziarie descrivono il faccia a faccia come «per nulla risolutivo», visto che il capo di Unicredit avrebbe tenuto le carte coperte sulla strategia in Generali dove piazza Gae Aulenti è nel frattempo salita al 5,2%. Secondo le fonti, nell’incontro Orcel - che nella seconda settimana di febbraio ha visto anche il numero uno di Generali Philippe Donnet - avrebbe ripetuto che il pacchetto di Unicredit nel Leone è un investimento finanziario, senza rivelare altro. In particolare il banchiere non si sarebbe sbottonato sull’orientamento che terrà nell’assemblea di primavera in cui la compagnia triestina rinnoverà il board. (riproduzione riservata)