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Unicredit, il governo tedesco difende l’autonomia di Commerz. Ecco cosa non torna nelle polemiche di Berlino
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Unicredit, il governo tedesco difende l’autonomia di Commerz. Ecco cosa non torna nelle polemiche di Berlino

20 settembre 2024, 20:00 Ultimo aggiornamento: 21:46

Berlino sostiene di essere stata spiazzata dall’ingresso di Unicredit nel capitale di Commerzbank. Ma sia il ceo Andrea Orcel che una dirigente apicale dell’esecutivo tedesco raccontano una versione diversa: i contatti c’erano e gli acquisti non sono stati una sorpresa. Un’indagine chiarirà come sono andati i fatti

Non sarà una guerra lampo ma, molto probabilmente, una guerra di posizione che potrebbe durare mesi. Per il deal UniCommerz si prefigurano tempi lunghi e un esito ancora molto incerto. Lo scoglio principale per il ceo di Unicredit Andrea Orcel è rappresentato dalla politica tedesca, profondamente divisa al suo interno sull’operazione.

Come emerso anche nel tentativo di un anno fa (a cui si era interessato personalmente lo stesso ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti), un’ampia fetta dell’establishment di Berlino è restia a cedere il controllo della banca e accetterebbe un deal solo a condizioni molto vantaggiose. Nel frattempo le istituzioni tricolori, a partire dalla Banca d’Italia, restano alla finestra come osservatori di una partita destinata a giocarsi esclusivamente sul suolo tedesco.

Le tensioni nel governo

Che il clima a Berlino si stia surriscaldando è testimoniato dalle ultime mosse del governo guidato da Olaf Scholz. Venerdì 20 settembre la Finanzagentur, l’agenzia federale che gestisce la privatizzazione di Commerz, ha annunciato lo stop alla vendita di altri pacchetti dopo il 4,5% collocato a Unicredit. Il giorno prima, giovedì 19, è stata avviata un'indagine interna sull’ultima cessione e sull’intervento inatteso degli italiani.

Queste scelte segnalano l’estrema cautela con cui ha deciso di muoversi Berlino in una partita che potrebbe spostare gli equilibri non solo nella finanza tedesca, ma anche nella fragile coalizione che oggi guida la locomotiva d’Europa. Ancora più netta è la posizione dei sindacati. Sempre venerdì 20 i dipendenti di Commerz e la sigla Ver.di hanno pubblicato una nota congiunta chiedendo al governo di «lavorare insieme ai dipendenti per una Commerzbank forte e indipendente». Un appello che l’anima socialdemocratica della maggioranza non potrà ignorare.

La domanda sul mercato

Se gli interessi in campo sono molteplici, una domanda rimane al centro delle polemiche di questi giorni: quella di Unicredit su Commerz è stata una mossa amichevole o ostile? La risposta sta nei convulsi eventi di martedì 10 settembre, quando Piazza Gae Aulenti è uscita allo scoperto con l’acquisto del 9% dell’istituto di Francoforte.

La settimana precedente, martedì 3 settembre, la Finanzagentur aveva annunciato l’avvio della privatizzazione della seconda banca tedesca di cui era azionista di riferimento dalla crisi del 2008. La strada scelta per dismettere la quota è stata un accelerated bookbuilding (abb), una modalità che di solito viene scelta in assenza di un unico acquirente e che tende a penalizzare il venditore con uno sconto sul prezzo di borsa.

I due advisor incaricati di seguire il collocamento del primo 4,5% sono state le banche americane Jp Morgan e Goldman Sachs, che hanno ricevuto gli ordini nel pomeriggio del 10 da parte di una pluralità di soggetti. Tra i pretendenti c’era Unicredit che ha presentato l’unica offerta sull’intera quota mettendo sul piatto 700 milioni di euro. La decisione di aggiudicare la partecipazione è stata presa direttamente dal desk londinese della Jp Morgan (premiato alla fine del collocamento da fees per circa 10 milioni di euro) alla luce del fatto che si trattava dell’offerta migliore in termini economici.

Goldman, invece, si sarebbe sfilata in corsa dal collocamento. La ragione? Il colosso Usa sarebbe stato contatto dal vertice di Commerzbank - informato del blitz di Unicredit - per approntare una strategia in vista del takeover. Per evitare il conflitto di interessi Goldman ha quindi dovuto abbandonare la fase finale del bookbuilding.

La scelta di vendere in abb e le successive polemiche all’interno del governo suggeriscono che Berlino fosse all’oscuro dell’interesse di Unicredit. Eppure le dichiarazioni di Orcel descrivono uno scenario ben diverso. «Siamo stati chiamati perché il governo tedesco voleva vendere. Questo è un punto fermo», ha spiegato il banchiere in un’intervista al Messaggero. «Da tempo lavoravamo con loro. Quest’estate ho fatto la spola fra la vacanza con la famiglia al mare e la Germania».

Una versione confermata anche dalle dichiarazioni di Eva Grunwald, dirigente della Finanzagentur: «la possibilità che Unicredit partecipasse a questo processo è sempre stata un’opzione e non mi ha sorpreso», ha rivelato Grunwald usando parole di soddisfazione per descrivere il deal: «La stabilizzazione di Commerzbank è stata raggiunta: il ritiro dello Stato era solo questione di tempo». Come si spiegano due versioni dei fatti così distanti? Alcune fonti suggeriscono che nei giorni prima del collocamento ci sia stato un cortocircuito informativo tra la Finanzagentur, il ministero delle Finanze e il resto dell’esecutivo. Questo spiegherebbe il disappunto sorto in seno alla maggioranza e l’avvio di un’indagine per chiarire le modalità della vendita.

Anche così però non troverebbe giustificazione la scelta di cedere il pacchetto in abb. Secondo alcuni osservatori, una trattativa privata tra la Finanzagentur e Unicredit avrebbe potuto fruttare allo Stato un premio ben superiore al 4,8% pagato da piazza Gae Aulenti. Qualche analista quantifica i mancati guadagni in oltre 100 milioni di euro. Questo scenario però assume che Orcel fosse disponibile a pagare qualsiasi cifra e che non si fosse invece posto una soglia limite. In tal caso l’abb sarebbe stato ancora una scelta conveniente per il governo, visto che avrebbe permesso di confrontare altre offerte.

L’indagine di Berlino dovrebbe chiarire questi dettagli operativi. La sensazione però è che la freddezza del governo sia dovuta a tematiche più sostanziali. La fusione tra Unicredit e Commerz darebbe vita alla prima banca tedesca sia per capitalizzazione che per attività nel paese, davanti all’attuale numero uno Deutsche Bank. Sebbene piazza Gae Aulenti sia presente in Germania da quasi 20 anni con Hvb e intrattenga buoni rapporti con la clientela, le istituzioni e i regolatori, una parte del Paese vede come fumo negli occhi un simile rafforzamento. A soffiare sul fuoco sono soprattutto le forze sovraniste ed euroscettiche come Alternative für Deutschland che si sono rafforzate in termini elettorali in molti Länder. Per questi partiti una integrazione sarebbe accettabile solo se la testa del nuovo gruppo restasse in Germania, come del resto già era emerso nel corso delle precedenti tra Unicredit e Commerz.

A favore di piazza Gae Aulenti potrebbe però giocare l'appoggio dei regolatori. «Abbiamo bisogno di banche forti e robuste affinché le aziende possano affrontare e finanziare i loro compiti futuri. In caso di possibili fusioni», ha spiegato nei giorni scorsi il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel. Parole in linea con quelle pronunciate la scorsa settimana dal presidente della Bce Christine Lagarde: «Il consolidamento bancario a livello europeo è qualcosa che da più parti è auspicato da tempo». La sponda dei regolatori potrebbe rivelarsi utile a Unicredit nei prossimi mesi. Tra la fine del mese e l’inizio di ottobre la banca presenterà a Bce l’istanza per superare il 10% del capitale e proiettarsi verso il 30%, specificando la finalità dei nuovi acquisti. Sempre però che nel frattempo Berlino non inasprisca ulteriormente il proprio approccio, sbarrando in via definitiva la strada a un’integrazione. (riproduzione riservata)



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