«Unicredit ha prima chiesto la sospensiva del golden power e poi vi ha rinunciato. Vuole dialogare con il governo, ma ha impugnato anche la lettera di chiarimenti arrivata dal Mef. E ci sta portando nell’offerta pubblica di scambio più lunga della storia italiana: oltre 200 giorni, che potrebbero arrivare a 240. Una situazione confusa, che non giova né a noi né agli azionisti, con affermazioni contraddittorie e misleading per il mercato. Se Orcel ritirerà l’offerta, torneremo protagonisti del consolidamento».
L’amministratore delegato di Banco Bpm Giuseppe Castagna è appena rientrato dagli Stati Uniti, dove ha presentato i risultati agli investitori: «All’estero sono perplessi, perché una serie di operazioni così non si è mai vista. C’è incertezza anche per la lunghezza dei tempi». In questa intervista a Ceo Talks su Class Cnbc (video disponibile su www.milanofinanza.it) parla anche dell’impatto del taglio dei tassi Bce sui risultati della banca e dell’eventuale dividendo straordinario.
Risposta. I tempi di questa offerta sono ormai un record. Non c’erano motivi per prolungarla. Tutti gli argomenti citati per ottenere la sospensione erano presenti dall’inizio. Noi davanti al Tar non ci tireremo indietro, come ha fatto Unicredit nei giorni scorsi. L’allungamento dell’ops danneggia i nostri clienti e i nostri azionisti.
R. Proprio no. La nostra difesa sono i risultati industriali, confermati da un ottimo primo trimestre. Abbiamo giudicato l’offerta di Unicredit inadeguata, anche a fronte dell’apprezzamento di valore che Banco Bpm ha avuto e non ancora del tutto riconosciuto dal mercato rispetto a un piano industriale che è all’inizio ma che già nel primo trimestre ha dimostrato di essere nella scia giusta per rispettare tempi e obbiettivi.
R. Non commento le decisioni delle istituzioni. Però credo sia assurdo indignarsi per un argomento che tutti gli amministratori delegati delle più importanti banche del Paese hanno definito il «New Normal». Il risparmio è alla base della crescita economica di un Paese e trovo sensato che ci sia interesse del governo su una vicenda così importante.
R. Assolutamente sì. Non capisco perché uno che fa banca si debba spaventare di mantenere un volume di impieghi allo stesso livello al quale lo tiene attualmente il suo competitor.
R. Non ne farei un discorso ideologico, ma di preoccupazione per la crescita del Paese, per le piccole e medie imprese, per le famiglie e per i territori. E faccio presente che il governo spagnolo, di orientamento socialista, sta prendendo la stessa posizione riguardo a un’operazione analoga, ossia l’offerta del Bbva sul Banco Sabadell.
R. Per noi niente. Anzi, non ritengo che le decisioni del golden power possano rappresentare una giustificazione sufficiente per decidere se andare avanti o ritirare l’offerta. La situazione è la stessa di prima. Anche su quella che sembra più rilevante è la richiesta fatta a Unicredit di uscire dalla Russia. Ricordo che è l’unica banca occidentale europea rimasta nel Paese. In tal senso era intervenuta qualche anno fa la Bce.
R. Non siamo noi a dirlo, ma il mercato: al momento siamo fra il 7 e l’8% di sconto. Consegnare le azioni all’offerta significherebbe perdere quello che una normale operazione di mercato consentirebbe di ottenere. Evito di commentare le dichiarazioni di Orcel quando sostiene che la sua offerta è a premio del 30-40%, ma siamo ai limiti della manipolazione di mercato.
R. Forse dimenticano che, da quando hanno lanciato l’offerta, noi nel frattempo abbiamo comprato Anima e abbiamo preso una quota del Montepaschi. Abbiamo varato un piano industriale che porta l’obbiettivo della banca da 1,5 a 2,15 miliardi di euro di utili. Di questi, 650 milioni li abbiamo già fatti nel primo trimestre del primo anno anno. Oggettivamente mi sembra la giostra delle meraviglie.
R. Non avevamo promesso niente. Auspicavamo di ottenere il consenso a usare l’agevolazione, ma quando non l’abbiamo ottenuta siamo stati trasparenti con il mercato. Questo però non inficia il valore dell’operazione sotto il profilo sia industriale che finanziario. Si tratta di un’operazione che dà 200 milioni di utile aggiuntivo e possibilità di ritorni eccellenti. Gli azionisti sono con noi: quando siamo andati in assemblea a chiedere di approvare l’incremento del prezzo e la prosecuzione senza Danish Compromise, il 98% è stato d’accordo.
R. Non si può tornare a novembre scorso, perché nel frattempo sono successe altre cose. Montepaschi è impegnato su Mediobanca, che a sua volta è impegnata su Banca Generali. C’è un movimento importante e non vogliamo credere che l’ops su di noi sia stata fatta per bloccare un potenziale concorrente. Ma di certo, se dovesse terminare questa che io definisco una «non offerta», ci sentiremmo liberi di riavviare i nostri dialoghi con i protagonisti dell’industria bancaria. Ci sarà un contesto diverso, ma sicuramente una banca come la nostra non può rimanere fuori dal percorso di crescita e aggregazione del sistema bancario.
R. Sui risultati fatti finora ci sono riscontri oggettivi. È vero che probabilmente l’Euribor calerà un po’ di più rispetto alle previsioni. Ma noi ci siamo già adeguati, perché abbiamo ridotto al 2% il floor dell’Euribor nell’arco del piano. Al momento la nostra sensitivity prevede 150 milioni di ricavi in meno per ogni 100 punti di Euribor. E ci consente di raggiungere i target del piano anche se l’Euribor dovesse scendere a 150. Ricordiamoci però anche che la nostra banca ha cambiato completamente profilo: mentre prima, come molte altre, aveva il 70% di ricavi da margine di interesse e il 30% da commissioni, ora, col nuovo set di fabbriche prodotto e con Anima a bordo, avremo il 50% da quest’ultima fonte.
R. Non attualmente, perché vogliamo rimanere con i piedi per terra. Abbiamo già aumentato la remunerazione del 50% nei prossimi tre anni e contiamo di distribuire 6 miliardi: il 40% della nostra capitalizzazione. Si tratta di un dividend yield del 10,5%, un risultato straordinario nel panorama bancario italiano. Se poi il nostro Cet1 dovesse crescere più del 13% - il livello minimo che attualmente stimiamo - potremmo considerare ulteriori distribuzioni.
R. L’impatto c’è ma noi restiamo comunque al 13% in termini di Cet1: il nostro requisito minimo è 9,8% e quindi abbiamo un buffer di 380 punti. Banche sistemiche come Intesa e Unicredit, per esempio, hanno un requisito minimo maggiore di almeno 100 punti. Quindi il nostro 13% equivale al 14% delle banche più grandi.
R. Siamo stati a Milano, Novara, Bergamo, Modena, Verona e Lodi. Sono stati momenti confortanti. Sentire il plauso e il riconoscimento dei clienti per il nostro modo di fare banca è di grande incoraggiamento.
R. Non ho ancora programmato niente. Ma spero che per allora sia tutto finito. (riproduzione riservata)
ha collaborato
Adolfo Valente