Giovedì 27 marzo i soci di Unicredit saranno chiamati ad approvare l’aumento di capitale al servizio dell’ops su Banco Bpm. L’assemblea è stata anticipata di un paio di settimane perché il cda della banca è convinto che la maggior parte delle autorizzazioni stia per arrivare, in particolare quella della Vigilanza.
Eppure c’è un esame su cui è complicato fare previsioni temporali certe. Si tratta dell’istruttoria condotta dal comitato Golden Power, l’organo creato nel 2012 e potenziato nel 2023 (con poteri anche su banche e assicurazioni) che tutela i settori strategici dell’economia da rischi per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico.
Dopo la pre-notifica di fine 2024 e la notifica dello scorso 4 febbraio, la macchina si è messa in moto. Ma nessuno sa con esattezza quando si fermerà. A parte il governo che può sfruttare tutti i cavilli della normativa per prolungare l’iter e quindi rallentare l’ops di Andrea Orcel. Una prospettiva che alletta Palazzo Chigi ma che preoccupa Unicredit e il mercato.
Il procedimento è già abbastanza contorto per la sua struttura. La procedura è diretta dal Dica, cioè il Dipartimento per il Coordinamento Amministrativo. L’organo, composto da tre uffici, riceve le notifiche dai potenziali compratori e fino all’anno scorso lo guidava Elisa Grandi. Ora al vertice c’è Simonetta Saporito, dirigente di lungo corso a Palazzo Chigi, dove si è occupata fra le altre cose di infrastrutture, affari regionali e coordinamento amministrativo.
Il suo vice è Carlo Notarmuzzi, ma della sua squadra fa parte anche Bernardo Argiolas che dirige proprio l’ufficio del Dica deputato al Golden Power. Un’altra figura centrale è Paolo Cirielli che gestisce nel concreto le notifiche. Queste vengono inviate a tutti i ministeri potenzialmente coinvolti nell’acquisizione, anche se solo quello con le competenze più specifiche ha la regia.
Nel caso Unicredit-Banco Bpm è tutto in mano al Mef. È stato del resto proprio il ministro Giancarlo Giorgetti il primo a evocare l’utilizzo del Golden Power nell’ambito dell’ops. Un ruolo che venerdì 7 marzo è stato rimarcato anche dal vicepremier Matteo Salvini: della procedura «se ne occuperanno il Giorgetti e i ministri competenti». In ogni caso l’ultima parola spetta alla Presidenza del Consiglio e, in caso di banche, un suo possibile intervento è oggetto di dibattito tra gli esperti anche perché si tratta di una prima volta.
«Il settore bancario è vigilato da una pluralità di authority a livello nazionale ed europeo. L’esercizio dei poteri speciali del governo ha - di conseguenza - uno spazio applicativo ridotto perché, specie se si tratta di operazioni tra istituti italiani, è più difficile ravvisare seri pericoli per la sicurezza nazionale», spiega Michele Carpagnano, direttore scientifico dell’Osservatorio Golden Power.
«Un eventuale intervento dell’esecutivo può creare un precedente all’interno dell’Ue, dal momento che altri Stati membri potrebbero esprimersi su operazioni nazionali con l’effetto di ostacolare il consolidamento tra gli istituti europei e rallentare così la creazione dell’Unione bancaria».
Cosa può chiedere concretamente il governo? Oltre al potere di veto sull’operazione, Palazzo Chigi ha la possibilità di imporre particolari prescrizioni come il divieto di ridurre l'occupazione, l’obbligo di mantenere la sede legale in Italia, vincoli sulla riduzione di sportelli e impegni sull’erogazione di credito. Nell’iter il governo può coinvolgere anche la Commissione Ue o altri Stati membri che avrebbero così voce in capitolo.
Ma tra le righe della procedura si nasconde un’insidia sottile: la possibilità dell’esecutivo di sospendere i termini temporali per chiedere chiarimenti su aspetti specifici dell’operazione, integrazioni, documenti e audizioni. In quest’ultimo caso entrerebbe in gioco in prima persona il ceo del Banco, Giuseppe Castagna, per presentare le sue obiezioni contro il deal.
Queste tattiche potrebbero dilatare le tempistiche dell’istruttoria ben oltre i 45 giorni lavorativi previsti dalla legge. E non c’è una scadenza prestabilita. Tanto che alcune procedure sono durate anche quattro mesi. Nel caso Unicredit-Banco Bpm significherebbe arrivare a giugno.
C’è un’altra incognita che pende sull’operazione di Orcel, il possibile contrasto tra i vincoli imposti dal Golden Power e le restrizioni dettate dall’Antitrust. Un caso di scuola è quello delle filiali: da un lato il governo potrebbe chiedere il mantenimento del presidio territoriale, mentre dall’altro lato l’authority ha la possibilità di imporre vendite di sportelli per preservare la concorrenza.
Qui si annida una seconda insidia. «Dalla prospettiva Antitrust, la cessione di asset potrebbe risolvere eventuali criticità concorrenziali ma al tempo stesso fornire a banche estere la possibilità di entrare nel mercato nazionale o di consolidare la propria presenza. Qui il possibile profilo di contrasto tra gli interventi Antitrust e Golden Power emerge nella sua plasticità», osserva Carpagnano.
«Non è infrequente che i rimedi Antitrust fungano da volano per l’ingresso di nuovi operatori nei mercati nazionali, come accaduto in Italia nel settore delle telecomunicazioni a seguito della concentrazione tra Wind e H3G». In quel caso fu Iliad a entrare nel Paese. In questo potrebbero essere grandi banche straniere già presenti sul territorio nazionale come Crédit Agricole, Bnp Paribas, Deutsche Bank o altre.
Anche se il verdetto del Golden Power rimane un’incognita, Unicredit mantiene la tabella di marcia. La banca di Piazza Gae Aulenti ha predisposto la documentazione per i soci in vista dell’assemblea focalizzandosi su alcuni dettagli tecnici dell’operazione. L’istituto spiega di non aver «elaborato alcuna strategia sulla potenziale futura integrazione di Anima in conseguenza dell’offerta Bpm o alla sua potenziale cessione».
Qualora poi, a conclusione dell’ops, Unicredit ottenesse appena il 50% più un’azione della banca guidata da Castagna sarebbe «più elevato» il rischio che «eventi al di fuori del controllo dell’emittente ostacolino la fusione». Per esempio Orcel potrebbe avere a che fare con i comportamenti «ostruzionistici» di alcuni soci del Banco. Piazza Meda rimane contraria all'operazione anche alla luce dello sconto del 4,9% che venerdì 7 marzo si registrava sull’offerta.
A sfavore di Unicredit - notano alcuni analisti - gioca anche la ripartizione degli oltre 13 miliardi di utili previsti per l’entità combinata: al concambio attuale, più di 11 miliardi andrebbero agli azionisti attuali di Unicredit e meno di 2 a quelli Bpm, contro profitti stand-alone stimati per il 2027 a 2,15 miliardi. (riproduzione riservata)