Il ritiro a sorpresa di Unicredit segna un punto di svolta per Banco Bpm che, liberata dopo nove mesi dai vincoli passivity rule, può ora decidere del proprio futuro. Il cda di Piazza Meda ha campo libero per esplorare diverse opzioni strategiche volte a difendersi da nuove aggressioni e rafforzare la posizione competitiva della banca. A breve è attesa una riunione del board che potrebbe discutere proprio questi scenari, con l’obiettivo di definire una nuova strategia.
Al centro di questi scenari c’è Crèdit Agricole, che negli ultimi anni ha incrementato progressivamente la propria presenza nel capitale di Banco Bpm. Partendo da una partecipazione modesta, l’istituto francese ha superato il 10% fino ad arrivare a una quota prossima al 20%. L’11 luglio scorso la banque verte ha poi formalmente richiesto alla Bce l’autorizzazione a superare la soglia del 20%, un passaggio che apre la porta a un ulteriore rafforzamento della sua presenza.
Pur confermando la volontà di non esercitare il controllo né di lanciare un’opa, la scelta conferma una strategia di rafforzamento nel capitale di Banco Bpm. Come ricostruito da MF-Milano Finanza, a fianco di Crédit Agricole si registra inoltre la presenza di altri importanti azionisti francesi, quali Banque Postale, l’istituto pubblico controllato dal gruppo La Poste, oltre a Natixis con lo 0,7% e Bnp Paribas con lo 0,3%. Complessivamente la quota francese aggregata potrebbe quindi avvicinarsi al 30%, costituendo un blocco coeso e capace di esercitare un’influenza significativa sulle decisioni di Piazza Meda.
Con la libertà strategica appena riconquistata, il management di Banco Bpm ha ora la possibilità di valutare diverse opzioni. Tra queste, le più probabili riguardano un approfondimento dell’alleanza con Crédit Agricole. Nella city milanese per esempio si mormora di un possibile operazione di scambio tra azioni o asset del Banco e parte della rete sportelli italiana del gruppo francese. Un preludio insomma all’integrazione tra le due realtà.
Non è peraltro un mistero l’interesse che da diversi anni il gruppo francese ha per Anima, conquistata nei mesi scorsi dal Banco dopo un’opa da 1,79 miliardi. Con oltre 200 miliardi di asset in gestione e un cospicuo pacchetto di titoli di stato italiani in portafoglio la sgr milanese andrebbe a rafforzare ulteriormente la presenza dell’Agricole nel risparmio gestito, messa ora in forse da un divorzio tra Unicredit e Amundi.
Qualcuno osserva, però, che un esito di questo genere farebbe emergere un paradosso non trascurabile: il governo italiano, che ha ostacolato un’ops da parte di Unicredit — una banca con sede a Milano ma ritenuta troppo poco italiana da Palazzo Chigi e, soprattutto, dal Mef — potrebbe ora favorire il rafforzamento della presenza francese in un settore strategico come quello del credito e del risparmio, aprendo la porta a una forma di controllo estero forse più discreta, ma non per questo meno incisiva.
Del resto, il governo Meloni ha già fatto un favore implicito a Crédit Agricole con la recente modifica alla disciplina delle liste per il cda contenuta nella riforma del Tuf. Depotenziando questo strumento, la nuova norma potrebbe avvantaggiare i grandi soci come appunto la banque verte, che, anche senza ricorrere a operazioni straordinarie, potrebbe giocare un ruolo decisivo nel rinnovo del board di Banco Bpm previsto per il 2026.
Si tratterà comunque di capire se una strategia di questo genere incontrerà il favore dei grandi soci del Banco, dal patto delle fondazioni e delle casse di previdenza che blinda il 6,51% del capitale a Davide Leone a cui fa riferimento il 5,47%.
La notizia del passo indietro di Unicredit è rapidamente rimbalzata a Roma. Nella mattinata del 23 il senatore Mario Turco, vicepresidente del M5S e coordinatore del Comitato pentastellato economia, lavoro, impresa ha annunciato un'interrogazione sulla vicenda Unicredit-Bpm. Nell’atto «chiederemo conto al Governo, e segnatamente al ministro Giorgetti, anche del paradossale esito finale di questo golden power, ovvero il fatto che Banco Bpm ormai sia diventato sempre più francese, con il primo azionista Crédit Agricole proiettato verso il 25% del capitale della banca milanese. Altro che difesa del risparmio italiano. Il Governo continua a svendere gli asset strategici del Paese», ha precisato Turco.
Anche Unimpresa ha accolto con preoccupazione un potenziale intervento del gruppo francese. «Il ritiro formale dell’ops motivato dalle condizioni poste dal governo italiano tramite l’esercizio del golden power, modifica in modo sostanziale gli equilibri nel sistema bancario nazionale e lascia campo libero all’avanzata di Crédit Agricole. Una partecipazione prossima al 30% implica in ogni caso una capacità di influenza significativa, anche in assenza di un’opa formale. Si tratta, peraltro, di un investimento rilevante – pari a circa 3 miliardi di euro – il cui peso strategico sarà valutabile concretamente nel momento in cui verrà rinnovato il consiglio di amministrazione della banca milanese», spiega l’associazione di categoria in una nota. (riproduzione riservata)