Mercoledì 26 il no della Bce al Danish Compromise per l’operazione Banco Bpm-Anima ha avuto un primo effetto immediato sull’altra operazione straordinaria che coinvolge Piazza Meda.
Il brusco calo subito dalle azioni in borsa (-4,48% a 9,81 euro) ha quasi allineato il prezzo al concambio dell’ops lanciata da Unicredit: lo sconto è sceso all’1,85% con un differenziale di appena 275 milioni, il più basso registrato dall'avvio dell’operazione.
Il primo effetto dello stop di Francoforte è stato insomma quello di agevolare Piazza Gae Aulenti e allontanare un rilancio su cui analisti e investitori hanno a lungo scommesso.
Non è detto però che questa sarà l’unica conseguenza. Oggi l’assemblea di Unicredit dovrà votare sull’aumento di capitale al servizio dell’ops e gli occhi saranno puntati sull’amministratore delegato Andrea Orcel. Nelle scorse settimane Piazza Gae Aulenti aveva mosso critiche pesanti alla strategia del Banco e, in particolare, alla scelta di rilanciare su Anima senza la sicurezza di ottenere il Danish Compromise.
In una prima comunicazione di febbraio la banca aveva ventilato la rinuncia all’ops: «Un incremento del prezzo dell'opa su Anima e la rinuncia delle condizioni dell'opa o anche ad una sola di esse, potrebbe determinare la risoluzione o l'inefficacia dell'offerta, a meno che Unicredit decida di rinunciare alle condizioni poste alla stessa in conformità ai termini della stessa offerta». Conclusioni che oggi Orcel dovrebbe ribadire di fronti ai suoi azionisti.
Il banchiere potrebbe rimandare ogni scelta a dopo il verdetto dell’Eba sul Danish Compromise e mantenere così la tabella di marcia iniziale. Tanto più che per decidere Unicredit avrà tempo sino al quintultimo giorno prima della conclusione dell’offerta pubblica.
Due le opzioni sul tavolo per Orcel: da un lato condurre in porto l’operazione, confidando adesso su un più probabile allineamento tra i valori di borsa e il concambio dell’ops. Dall'altro lato fare un passo indietro che riaprirebbe i giochi nel risiko bancario.
Sfilandosi dall’offerta sul Banco infatti il ceo avrebbe le mani libere per muoversi su altre partite. Per esempio su Mediobanca e, soprattutto, su Generali di cui Unicredit ha messo nel mirino almeno il 10% del capitale e dove giocherà un ruolo chiave per l’imminente rinnovo del consiglio di amministrazione. (riproduzione riservata)