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Volkswagen, i tagli possono salire a 140 mila: l’ad Blume affronta la rabbia dei lavoratori nelle fabbriche
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Volkswagen, i tagli possono salire a 140 mila: l’ad Blume affronta la rabbia dei lavoratori nelle fabbriche

25 agosto 2026, 09:00 Ultimo aggiornamento: 09:27

Il ceo apre a Wolfsburg il tour delle fabbriche per difendere la più grande ristrutturazione nella storia del gruppo. Sindacati sul piede di guerra anche perché i tagli potrebbero aumentare. Il 4 settembre l’appuntamento decisivo: si torna davanti al consiglio di sorveglianza per il voto sul piano

La ristrutturazione di Volkswagen potrebbe assumere dimensioni ancora più drastiche del previsto. I rappresentanti dei lavoratori hanno avvertito che i tagli potrebbero arrivare a coinvolgere fino a 140 mila posti di lavoro, mentre il ceo Oliver Blume si prepara oggi martedì 25 agosto al confronto diretto con i dipendenti nello storico stabilimento di Wolfsburg. Questa nuova stima alza ulteriormente la posta rispetto ai circa 100 mila posti finora indicati come possibile ordine di grandezza del piano.

Blume e il ceo del marchio Volkswagen, Thomas Schäfer, presenteranno ai lavoratori il programma di riduzione dei costi e della capacità produttiva, primo appuntamento di una serie di assemblee previste negli stabilimenti tedeschi nei prossimi giorni. Il management sostiene che nuovi interventi siano inevitabili per colmare un divario di costi strutturali pari a circa il 30% rispetto ad alcuni concorrenti, ridurre almeno 10 miliardi di euro di overhead e riportare i margini verso il 9%.

Il nuovo allarme dei rappresentanti dei lavoratori rende però ancora più esplosivo il confronto. Se la stima dei 140 mila posti potenzialmente coinvolti dovesse materializzarsi, si tratterebbe di un ridimensionamento senza precedenti per il gruppo tedesco e di uno dei più grandi programmi di ristrutturazione mai affrontati dall’industria automobilistica europea.

Volkswagen deve eliminare almeno 10 miliardi di costi

Alla base della stretta c’è soprattutto il divario di competitività accumulato dal gruppo. Secondo Bloomberg, Volkswagen deve eliminare almeno 10 miliardi di euro di costi generali, mentre Blume ha quantificato il gap strutturale rispetto ad alcuni concorrenti in circa il 30%. I profitti sono stati colpiti contemporaneamente dalla debolezza in Cina, dai costi elevati della struttura industriale tedesca, dalla sovraccapacità degli stabilimenti europei e dai dazi americani. 

Il management sta lavorando inoltre a una riduzione di altre 500 mila vetture della capacità produttiva annuale europea, oltre a un taglio dei livelli manageriali, del numero di modelli e delle varianti disponibili. Già a luglio Volkswagen aveva annunciato l’intenzione di ridimensionare drasticamente sia la capacità sia una gamma diventata troppo complessa e costosa. Per Blume l’obiettivo è riportare i margini del gruppo verso il 9%, ma il piano sta incontrando una resistenza sempre più esplicita, con la presidente di IG Metall, Christiane Benner, che ha definito irrealistiche le ambizioni di redditività del ceo.

Le fabbriche tedesche chiedono garanzie

Il problema più difficile da affrontare è il futuro dei vari stabilimenti. Tra i siti sui quali si concentra maggiormente l’incertezza ci sono Emden, Hannover, Zwickau, Osnabrück e Neckarsulm, e Blume ha già ammesso che alcuni impianti potrebbero non riuscire a raggiungere livelli competitivi di utilizzo della capacità nel prossimo decennio. I lavoratori chiedono invece prospettive produttive concrete per tutte le fabbriche tedesche.

Lunedì 24 il premier della Bassa Sassonia Olaf Lies, membro del consiglio di sorveglianza Volkswagen, ha chiesto a management e sindacati di trovare una soluzione che permetta di evitare le chiusure degli impianti. La Bassa Sassonia è azionista del gruppo e dispone quindi di particolari poteri nella governance Volkswagen, elemento che rende molto più complesso per Blume imporre unilateralmente il piano.

Anche la presidente del consiglio di fabbrica Daniela Cavallo ha alzato la pressione sul management, chiedendo che la ristrutturazione non si traduca in un semplice esercizio di taglio dei costi e che siano presentati piani industriali credibili per ciascun sito. I sindacati sostengono anche che i dipendenti non possano essere i soli chiamati a pagare per gli errori strategici accumulati negli ultimi anni sul software, sull’auto elettrica e sulla Cina.

Cina, software ed elettrico dietro la crisi Volkswagen

È proprio questo, la Cina, il punto che rende la ristrutturazione Volkswagen un caso mondiale. Il gruppo deve adattarsi contemporaneamente a una concorrenza cinese sempre più aggressiva in Europa, alla perdita di terreno nel mercato cinese e alla trasformazione tecnologica verso auto elettriche e software-defined vehicles.

Sul software Volkswagen ha già iniziato a spostare una parte crescente dello sviluppo verso alleanze esterne: Rivian è diventata uno dei partner centrali per le future architetture elettroniche occidentali, mentre in Cina il gruppo collabora con Xpeng e altri operatori locali. Anche il futuro di Cariad, la software house interna, è entrato quindi nel più ampio dibattito su quali attività Volkswagen debba continuare a sviluppare direttamente e quali possa affidare a partner tecnologici.

Il 4 settembre si torna davanti al consiglio di sorveglianza

L’ultimo elemento di pressione arriva poi dagli azionisti. Porsche Se, la holding delle famiglie Porsche-Piëch che controlla Volkswagen, ha chiesto nelle scorse settimane al management di accelerare la ristrutturazione, avvertendo che il costruttore si trova di fronte a un passaggio storico. La caduta degli utili del gruppo e di Porsche sta riducendo anche i dividendi dai quali la holding ha tradizionalmente tratto gran parte delle proprie risorse.

Per Blume le assemblee che iniziano martedì a Wolfsburg sono quindi un vero test politico oltre che industriale. Il ceo era arrivato al vertice anche grazie alla reputazione di mediatore capace di tenere insieme i diversi centri di potere Volkswagen. Ora deve convincere lavoratori, sindacati e Bassa Sassonia ad accettare una ristrutturazione che proprio loro hanno promesso di contrastare. Il prossimo appuntamento decisivo sarà il 4 settembre, quando il consiglio di sorveglianza tornerà a esaminare il piano, già bocciato e respinto prima dell’estate. (riproduzione riservata)



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