
Nel momento in cui il titolo Unicredit è salito del 38% da inizio anno e del 95% a un anno, per 58 miliardi di capitalizzazione, il tema delle possibili prede inizia a concretizzarsi. Anche perché la banca, guidata dal ceo Andrea Orcel, ha 10 miliardi di capitale in eccesso ed è in grado, secondo gli analisti, di poter continuare a remunerare gli azionisti via dividendo e buyback e nel contempo di pensare ad un’operazione di M&A per aumentare la redditività.
Anzi, siamo arrivati in una fase, grazie anche al rialzo storico dei tassi che favorisce il settore finanziario, cui Unicredit dovrebbe guardare all’M&A come scelta strategica in grado di essere più redditizia rispetto all’acquisto di azioni proprie. E’ quanto emerge da un report di Mediobanca Research, che individua sette possibili società target, fra banche e risparmio gestito, in Italia e all’estero, la cui combinazione potrebbe creare un gruppo in grado di generare un rapporto prezzo/utile più alto.
Secondo gli analisti di Piazzetta Cuccia, «troppo amore» di Unicredit per gli azionisti in materia di remunerazione rischia di «uccidere la love story» dato che il «cashback annuale si è moltiplicato per oltre 8 volte dal 2021 e oltre 2 volte dal 2022, con un valore complessivo durante il piano Unicredit Unlocked che supererà i 25 miliardi di euro rispetto all'obiettivo iniziale di 16 miliardi».
L'assemblea del 12 aprile rinnoverà il mandato triennale del consiglio di amministrazione in un momento in cui la banca, secondo gli specialisti, «non è mai stata così redditizia e meglio attrezzata (copertura su Npl, Npe ratio, capitale in eccesso) per passare alla fase successiva».
Secondo gli analisti, «le operazioni di M&A dovrebbero essere al centro della scena» dal momento che Unicredit «beneficia di un’ampia flessibilità strategica che spazia da accordi sul mercato che garantiscono tagli dei costi… integrazioni nell’area Cee, fino a opzioni di trasformazione». Quest'ultimo caso, precisano gli analisti, «non riguarda le dimensioni, ma il modello di business, per esempio l’espansione della gestione patrimoniale».
Ed ecco che gli analisti mettono sotto la lette 7 possibili matrimoni fra Italia ed estero: Mps, Banco Bpm, Commerzbank, Azimut a tre banche polacche (Millennium, mBank, Santander Bank Polska). Da specificare che il report è di poco precedente al progetto lanciato da Azimut dello spinoff di parte della rete per dar vita ad una banca fintech da quotare assieme ad un socio importante di riferimento. Una banca leggera, come ha spiegato Pietro Giuliani, il cui valore atteso è fra 1,8 e 2,2 miliardi di euro e che tratta a multipli più bassi rispetto alle concorrenti già quotate a Piazza Affari.
1. Per tutte le target il premio è del 20%;
2. p/e atteso al 2026: 10,3 volte per Mps, 8,5 volte per Banco Bpm, 5,8 volte per Commerzbank, 9,7 volte per Azimut, fino a 12,7 volte per le banche polacche;
3. Impatto sul Cet 1 ratio: -3,1% per le banche italiane considerate, -1,7% nel caso di Azimut, fino al -3,7% per gli istituti polacchi;
4. Sinergie, al netto delle tasse: 0,6 miliardi per Mps, 0,9 miliardi per Banco Bpm, 0,7 miliardi per Commerzbank, 0,2 miliardi per Azimut, zero in Polonia:
5. Eps atteso nel 2026: 13% con Mps, 15% con Banco Bpm, 16% con Commerzbank, 7% con Azimut, fino al 16% in Polonia;
6. Dividend yield atteso nel 2026: 9% con Mps e Banco Bpm, 9,7% con Commerzbank, 8,4% con Azimut, fino all’8,7% in Polonia;
7. Rote atteso al 2026: 14,6% con Mps, 15,7% con Banco Bpm, 14,9% con Commerzbank, 15,3% con Azimut, fino al 16% in Polonia;
8. p/e atteso al 2026: 4,5 volte con Mps e Banco Bpm, 4,1 volte con Commerzbank, 4,8 volte con Azimut, fino a 5 volte in Polonia.
Secondo gli analisti, «la maggior parte delle combinazioni migliorerebbe la crescita degli utili di Unicredit e aumenterebbe la sua attrattiva in termini di valutazione». Mediobanca Research ritiene che «le fusioni e acquisizioni siano preferibili a medio termine per Unicredit dal momento che, pur producendo un incremento simile dell’utile per azione, possono anche indirizzare il posizionamento strategico di Unicredit, accelerando al contempo la generazione di capitale».
Gli analisti hanno simulato in tutte le operazioni lo stesso premio di controllo (20%) e lo stesso coefficiente Cet1 finale. Cinque simulazioni su sette sono operazioni in contanti, «massimizzando l’incremento dell’eps e alzando i coefficienti patrimoniali». Le combinazioni in Italia porterebbero il rapporto Cet1 ratio al 12,5-13%,« anche se la ricostruzione del capitale sarebbe successivamente forte e, a nostro avviso, il rapporto prezzo/utile post-sinergia sarebbe interessante».
Nel momento in cui Unicredit viaggia a 1 volta il rapporto prezzo/tangible book value, secondo gli analisti il prossimo passo dovrebbe essere legato «più con il tipo di modello di business che vuole avere in futuro (e quindi inerente al rapporto prezzo/utile) piuttosto che connesso al guadagno (utile per azione)».
In conclusione, secondo gli analisti «la prossima operazione di Unicredit dovrebbe avere più a che fare con il tipo di modello di business che intende essere in futuro, piuttosto che a quanti profitti aspira a produrre». (riproduzione riservata)