Webuild contesta la ricostruzione della stampa su possibili extracosti che ha mandato in titolo in netto rosso. La società dell’ingegneria precisa di non aver chiesto al governo 22 miliardi di euro di extracosti. Le comunicazioni alle istituzioni, sottolinea Webuild, riguardano crediti per lavori già eseguiti e certificati e anticipazioni contrattuali previste dalla legge: «Le comunicazioni inviate alle istituzioni competenti… riguardano obbligazioni contrattuali già maturate: crediti per lavori eseguiti e certificati ed anticipazioni contrattuali previste dalla legge». Intanto il titolo riduce le perdite, da -7% a -4,8%.
I 22 miliardi di riserve e varianti citati dalla stampa rappresentano invece l’ammontare complessivo delle somme iscritte nei registri di contabilità dei lavori, precisa Webuild, non crediti o importi dovuti né somme iscritte a bilancio. Di questi, circa 13 miliardi riguardano lavorazioni già realizzate, mentre il resto è una stima sui lavori ancora da effettuare. Webuild sottolinea inoltre che la questione riguarda l’intero settore delle costruzioni italiano e che Rfi avrebbe riavviato il pagamento delle fatture scadute dopo aver ricevuto le necessarie risorse dal Mef.
Il titolo perdeva mercoledì il 7% a 2,04 euro, per una capitalizzazione di 2,09 miliardi, dopo le indiscrezioni riportate da organi di stampa secondo cui il gruppo avrebbe chiesto l'intervento del governo per affrontare extracosti e fabbisogno di liquidità legati alle grandi opere in Italia. Il gruppo, guidato da Pietro Salini, ha nel frattempo lanciato un’opa su Trevi. A fronte di un 37% di flottante, il gruppo è in mano a Salini per il 38,7%, a Cdp Equity per il 16,5% circa, a Intesa Sanpaolo per il 4,6%. Le azioni proprie sono al 3%.
Equita mantiene il giudizio buy sul titolo, con target price a 3,50 euro, ma evidenzia gli interrogativi sulla sostenibilità della generazione di cassa attesa dal gruppo. Secondo quanto riportato dalla stampa, l'amministratore delegato Pietro Salini avrebbe scritto al governo a fine luglio segnalando crescenti tensioni economiche e finanziarie nella realizzazione delle grandi opere italiane. Le indicazioni, osserva Equita, sono rilevanti soprattutto per il profilo finanziario di Webuild, considerando il peso del mercato italiano, che genera circa il 37% dei ricavi nel primo semestre 2026 e concentra 27 miliardi dei 47 miliardi di portafoglio ordini nelle costruzioni del gruppo.
L'Italia è inoltre determinante per la struttura finanziaria di Webuild: il capitale circolante netto (Nwc) italiano era negativo per 3,5 miliardi al primo semestre, contribuendo in misura significativa al Nwc di gruppo, negativo per 1,9 miliardi e sostenuto principalmente dagli anticipi ricevuti sulle opere infrastrutturali. Per Equita, è proprio la possibile tensione tra un Nwc fortemente negativo e il presunto fabbisogno di liquidità nel breve periodo a rappresentare il principale elemento di attenzione.
Tra i temi evidenziati, il primo riguarda la liquidità. Webuild avrebbe indicato al governo un fabbisogno di cassa immediato pari a 2,1 miliardi di euro.
Il secondo riguarda riserve e claim. Le riserve avanzate dal gruppo ammonterebbero a circa 22 miliardi, di cui 13 miliardi relativi a oneri già sostenuti. Il petitum complessivo sarebbe pari a circa il 70% del valore dei contratti. Webuild stimerebbe un potenziale riconoscimento di 6-7 miliardi, sulla base del tasso storico di riconoscimento da parte dei Collegi Consultivi Tecnici. La società avrebbe inoltre evidenziato tempi decisionali troppo lunghi, con conseguente accumulo del contenzioso.
Il terzo tema riguarda le risorse aggiuntive sulle opere in corso. Webuild avrebbe avanzato richieste per ulteriori 10-12 miliardi, oltre ai claim, principalmente per revisione prezzi e lavorazioni necessarie al completamento delle opere. Tra i progetti citati figurano il Terzo Valico, l'Alta Velocità Palermo-Catania, la Circonvallazione di Trento e l'AV Vicenza-Padova.
Nella lettera, secondo quanto riportato, Webuild avrebbe inoltre proposto alcune modifiche normative. Tra queste, l'estensione dell'anticipo del 10% delle riserve e dei claim, anche se non ancora riconosciuti, agli appalti non Pnrr, oltre alla sospensione del recupero degli anticipi contrattuali, come avvenuto a inizio anno per le opere del Pnrr. In assenza di interventi immediati, Webuild avrebbe segnalato il rischio di un rallentamento dell'attività nei cantieri italiani, con impatti sull'intera filiera.
Equita non esclude che le richieste possano rientrare almeno in parte in una strategia negoziale con il governo. Per la casa d'affari, tuttavia, il punto centrale è capire cosa queste indicazioni implichino per la reale dinamica di cassa e per la sostenibilità del profilo finanziario del gruppo. Andrebbe inoltre chiarito come il processo negoziale si concili con le recenti indicazioni della società, che aveva confermato le aspettative di generazione di cassa nei prossimi anni. (riproduzione riservata)