La pace è fragile, ma la macchina della ricostruzione si è messa in moto, alimentata dalla prospettiva di affari per almeno 70 miliardi di dollari stando alle stime più prudenziali.
Il piano per riportare in vita la Striscia di Gaza inizierà a prendere forma alla conferenza del Cairo, in programma per la seconda metà di novembre 2025. L’Italia, co-organizzatrice con l’Egitto – in coordinamento con le Nazioni unite e la Banca mondiale – sta prendendo il suo ruolo molto sul serio e vuole partecipare alla regia del programma, come chiarito dal ministro degli Affari Esteri e vice presidente del Consiglio, Antonio Tajani. Una delegazione di militari e diplomatici è già partita per l’area, in preparazione del vertice egiziano.
L’Italia sarebbe pronta anche a spendersi i primi nomi dei big che risponderebbero sì alla chiamata del governo. Si tratta, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, di grandi gruppi quotati del calibro di Terna e Snam.
Snam, in particolare, ha già una presenza nell’area, grazie alla quota del 25% nell’ East Mediterranean Gas Company, proprietaria dell’ Arish-Ashkelon, parte del cosiddetto gasdotto della pace, un collegamento sottomarino di circa 90 km che unisce il terminale israeliano di Ashkelon alla stazione di ricezione egiziana di Al-Aris.
C’è poi il capitolo della ricostruzione vera e propria degli edifici, con citazione d’obbligo per Webuild e Cementir. Seguono decine di grandi, piccole e medie imprese che figurano nelle liste dei potenziali fornitori, come l’United Nations Global Marketplace per le agenzie Onu, il sistema Step della Banca Mondiale e il Vendor Roster della Bei, banche dati di imprese qualificate per gli appalti multilaterali, consultabili pubblicamente online.
Il volume di fondi che si tradurrà in migliaia di progetti e contratti internazionali è destinato ad aprire una fase di forte competizione tra governi e imprese praticamente in ogni settore. Con una difficoltà in più: organizzare la messe di finanziamenti che a vario titolo confluiranno sul più grande e complesso cantiere del Medio Oriente.
Vale la pena chiarire flussi e destinatari, perché sul tema c’è molta confusione: la ricostruzione sarà finanziata da risorse messe a disposizione da Stati Uniti, Unione Europea, Paesi del Golfo e istituzioni multilaterali. I fondi saranno convogliati nel Palestinian Recovery and Development Trust Fund gestito dalla Banca Mondiale e nel nuovo programma europeo coordinato dalla Bei, la Banca europea per gli investimenti. Le agenzie delle Nazioni unite - in particolare il Programma per lo sviluppo (Undp), l’Ufficio per i servizi ai progetti (Unops), l’Unicef e l’Agenzia per i rifugiati palestinesi (Unrwa) – utilizzeranno le risorse per bandire le gare, aggiudicare i contratti e pagare direttamente le imprese in dollari o euro.
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L’Autorità palestinese non sarà quindi il soggetto pagatore: i flussi finanziari verranno gestiti da controparti internazionali con sistemi di audit e tracciabilità allineati agli standard Banca Mondiale e Bei.
Un primo segnale è arrivato proprio dalla Bei, che ha annunciato un finanziamento da 400 milioni di euro alla Pma, l’Autorità Monetaria Palestinese, nell’ambito del programma per la ripresa e la resilienza della Palestina lanciato con la Commissione europea. Il pacchetto complessivo vale 1,6 miliardi di euro nel triennio 2025-2027: 620 milioni di sovvenzioni all’Autorità Palestinese, 580 milioni per infrastrutture e 400 milioni di prestiti garantiti da Bruxelles al settore privato locale. È di fatto la prima piattaforma finanziaria europea strutturale legata alla ricostruzione, complementare ai canali Onu e Banca mondiale.
L’obiettivo è coordinare risorse pubbliche e private sotto una regia unica che includa donatori internazionali, fondi arabi, Unione Europea e istituzioni multilaterali. Il vertice del Cairo servirà proprio a questo, soprattutto perché dall’altro fronte c’è un convitato ingombrante come gli Stati Uniti.
In pratica, Il piano elaborato dall’Autorità palestinese è articolato in tre fasi: emergenza, ricostruzione e sviluppo. Il suo valore complessivo nelle ultime proiezioni tecniche sfiora gli 80 miliardi, includendo già gli interventi ambientali e incentivi al settore privato. La Banca Mondiale agirà come cassaforte tecnica attraverso il trust fund, rifinanziato nel 2025 con 300 milioni di dollari per i primi interventi di stabilizzazione.
Le agenzie Onu hanno pubblicato in questi giorni una nuova serie di gare legate alla fase preparatoria. L’Undp ha avviato un avviso per la stipula di un accordo pluriennale per la fornitura di camion e attrezzature destinate alla raccolta dei rifiuti solidi nella Striscia di Gaza.
Nel frattempo, infatti, si è aperto un altro fronte di emergenza: nella Striscia si sono accumulati ben due milioni di tonnellate di rifiuti non trattati, altra priorità per scongiurare l’inquinamento della falda acquifera e impatti sulla salute della popolazione.Le Nazioni Unite, perciò, starebbero esaminando opzioni per impianti di trattamento in grado anche di generare elettricità dai rifiuti, altro settore nel quale molte aziende italiane sarebbero qualificate.
L’Unops ha confermato che il Gaza Reconstruction Mechanism resta il canale operativo per l’ingresso dei materiali da costruzione, in attesa del nuovo quadro multilaterale che sarà varato dopo la conferenza del Cairo. Anche l’Unicef ha avviato nuovi bandi per la ricostruzione di una quindicina di scuole primarie e la fornitura di kit igienico-sanitari nei distretti di Khan Younis e Rafah. Altri inviti, aperti alla fase di prequalifica, riguardano la posa di fibra ottica e connessioni mobili temporanee e la raccolta e frantumazione delle macerie. Il primo fronte operativo resta lo sgombero. Secondo le stime di Onu e Banca Mondiale, nella Striscia si sono accumulati oltre 26 milioni di tonnellate di detriti, più di 200 chilogrammi per ogni metro quadrato di area urbana colpita dai bombardamenti. Ma sono numeri che potrebbero aggiornarsi fino a 60 milioni di tonnellate per altri osservatori indipendenti. La sola rimozione richiederà almeno due o tre anni e un costo tra 1,2 e 1,5 miliardi di dollari, finanziato dal trust fund e da contributi diretti dei Paesi del Golfo.
Le gare di Undp e Unops prevedono una prima fase di raccolta e frantumazione in siti temporanei, seguita dal recupero e riciclo dei materiali per le nuove costruzioni. È la condizione per avviare i cantieri veri e propri della ricostruzione. I danni, invece, secondo i calcoli ufficiali, ammontano a 53,2 miliardi.
Resta il giallo del piano Great (Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation Trust) rivelato dal Washington Post e attribuito a consulenti israeliani e americani, col contributo dell'Institute for Global Change di Tony Blair. Delinea una Gaza futuristica e interconnessa, quanto di più distante dal piano Phoenyx palestinese e da quello che vedrebbe il coinvolgimento diretto dell’Europa. (riproduzione riservata)