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Un dollaro troppo debole non è una buona notizia per l’economia europea. L’analisi di Bank of America su tassi ed effetto Fed
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Un dollaro troppo debole non è una buona notizia per l’economia europea. L’analisi di Bank of America su tassi ed effetto Fed

di Mario Olivari
26 giugno 2025, 13:50 Ultimo aggiornamento: 13:59

Una nota di Bank of America avverte: il disallineamento tra tassi e dollaro non durerà per sempre. Ma se il biglietto verde si indebolisce davvero, l’impatto sull’economia europea potrebbe essere tutt’altro che positivo

In una nota diffusa da Bank of America Global Research il 25 giugno 2025 viene evidenziato che dallo scorso aprile la correlazione positiva tra il differenziale tra i tassi a due anni Usa e i tassi a breve delle altre principali economie globali si è persa. Addiritura è diventata lievemente negativa. Secondo Adarsh Sinha, Managing Director di Bank of America, oggi il dollaro non segue i differenziali di tasso perché sconta un ‘premio di rischio’ sugli asset Usa.

Come viene spiegato nella nota, in teoria, il valore del dollaro dovrebbe seguire i differenziali di tasso d’interesse: se i tassi americani sono più alti di quelli europei, il dollaro dovrebbe rafforzarsi, attirando capitali in cerca di rendimento. Oggi, però, questo legame si è indebolito, perché il dollaro incorpora anche un premio di rischio strutturale legato all’incertezza sull’economia e la politica fiscale americana (deficit elevato, tensioni commerciali, debito in crescita).

In pratica, gli investitori chiedono una compensazione extra per detenere asset statunitensi, e questa distorsione può temporaneamente scollegare il cambio dai tassi ufficiali. Ma secondo Bank of America, questa eccezione non durerà per sempre: appena il ‘fattore rischio’ si ridimensiona o i tagli della Fed si materializzano, i differenziali di tasso torneranno a contare — e il dollaro rischia di indebolirsi bruscamente

Il rischio di un taglio anticipato da parte della Fed

La nota di BofA sottolinea che c’è un rischio effettivo che la Fed tagli prima del dovuto, anche in assenza di evidenti segnali di stagnazione economica. Questo potrebbe verificarsi a causa delle forti pressioni politiche che Powell e il Board della Banca Centrale stanno ricevendo dalla politica e dai primi segnali di scricchiolio del mercato del lavoro.

Tuttavia, se la Fed taglia prima di quando dovrebbe, il dollaro potrebbe indebolirsi più del previsto. Secondo BofA questo sarebbe dovuto al fatto che gli investitori esteri potrebbero ridurre le coperture valutarie, alimentando la discesa del biglietto verde. Questo perché se il costo della copertura valutaria scende (per via di tassi Usa più bassi), molti investitori stranieri possono scegliere di ridurre o eliminare le coperture. Nel breve ciò toglie pressione ribassista sul dollaro nei mercati a termine, ma nel medio periodo può amplificare le vendite di dollari se calano gli afflussi verso gli asset statunitensi – e questo potrebbe accadere durante l’implementazione di una politica monetaria espansiva.

Inoltre, un taglio anticipato da parte della Federal Reserve non motivato da ‘hard data’ di natura economica che mostrino evidentemente una recessione potrebbe portare paura sui mercati. In particolare, potrebbe segnalare agli investitori che la Fed è a conoscenza di qualcosa che loro non sanno: timori per la sostenibilità del debito pubblico, instabilità del sistema finanziario, tensioni geopolitiche non manifeste o segnali di debolezza strutturale in settori chiave dell’economia.

Cosa succederebbe all’Europa se il dollaro crollasse?

Se, in tempi normali, un euro forte sarebbe visto come segno di fiducia oggi potrebbe essere la zavorra che frena la ripresa europea prima ancora che parta davvero. Infatti se l’euro si apprezza le esportazioni europee diventano meno competitive sui mercati globali, soprattutto rispetto a quelle Usa e cinesi. Settori già in crisi come lusso, automotive e macchinari rischierebbero un rallentamento, soprattutto in Germania e Italia.

Secondo i dati più recenti forniti da Eurostat, l’export di beni e servizi rappresenta circa il 46% del Pil dell’Eurozona e intorno al 47-50% per l’intera Ue. Di conseguenza, un dollaro debole potrebbe avere un impatto devastante sulla già fragile crescita europea. Chiaramente si avrebbe un impatto fortemente negativo anche sull’occupazione nei settori export-driven. Particolarmente a rischio sarebbero le Pmi manifatturiere, in particolare nelle economie più industrializzate (Germania, Nord Italia, Benelux). Queste ultime non avrebbero la scala e la competititvità adeguata per tenere botta.

Margine di manovra ridotto per la Bce rispetto alla Fed in caso di crollo del dollaro

Come abbiamo visto, se il dollaro dovesse crollare, l’euro si rafforzerebbe inevitabilmente, rendendo le esportazioni europee più costose e meno competitive sui mercati globali. Questo potrebbe spingere l’Eurozona verso una recessione legata al calo della domanda estera. In questo scenario, la Banca Centrale Europea (Bce) avrebbe un margine di manovra molto più limitato rispetto alla Federal Reserve americana (Fed).

Attualmente, al 25 giugno 2025, i tassi di interesse si collocano su livelli molto diversi: mentre la Fed ha i tassi sui intorno al 4,25% - 4,50%, con   un’inflazione leggermente sopra il target al 2,4% annuo circa, la Bce ha tassi di riferimento più bassi, con il tasso sui depositi al 2,00%, le operazioni di rifinanziamento principali al 2,15% e l’inflazione nell’Eurozona attorno all’1,9%, vicino al target del 2%.

Questa differenza significa che la Fed ha ancora spazio per tagliare i tassi e stimolare l’economia in caso di rallentamento, mentre la BCE, con tassi già più contenuti, può ridurre i tassi solo di poco, avendo così meno strumenti a disposizione per sostenere la crescita.

In sintesi, un crollo del dollaro potrebbe aggravare le difficoltà economiche europee proprio perché, a differenza degli Stati Uniti, l’Europa non può fare molto per abbassare i tassi e contrastare la recessione causata dalla perdita di competitività delle esportazioni. (riproduzione riservata)



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