L’ultimo anno ha prodotto cambiamenti significativi nel settore immobiliare, percorso da una costante e tumultuosa innovazione. «Queste condizioni particolari hanno agito come acceleratore soprattutto nell’utilizzo di tecnologie digitali che permettono di comunicare a distanza. L’exploit di applicazioni come Google Meet, Zoom o Teams dimostra che, anche tra gli addetti ai lavori di un settore «immobile», il comportamento virtuoso risponde a un forte bisogno correlato al business», spiega Diego Caponigro, presidente di Osservatorio Immobiliare Digitale (Oid), realtà che fornisce formazione, servizi e assistenza ai propri associati per promuoverne lo sviluppo professionale. «Le tecnologie digitali hanno consentito di far visionare a distanza gli immobili grazie ai virtual tour; organizzare video open house ai quali hanno partecipato più persone contemporaneamente; sottoscrivere con la firma elettronica avanzata incarichi di vendita, proposte di acquisto e contratti di locazione; fornire al cliente consulenze del credito per proseguire e velocizzare l’iter di istruttoria dei mutui; dare seguito ai percorsi formativi a distanza. Tutti questi input hanno permesso un rapido svecchiamento delle abitudini analogiche dell’agente che ha fatto di necessità virtù. Anche il cliente ha accolto di buon grado questa nuova efficienza richiedendo, talvolta in anticipo rispetto all’agente, l’attivazione di queste metodologie».
I benefici che la digitalizzazione del mercato sta portando con sé sono palpabili. «La digitalizzazione porta con sé organizzazione informativa», aggiunge Antonio Malgieri, responsabile formazione dell’Oid. «Questo si traduce in trasparenza e maggiore sicurezza. Il digitale spinge in alto la qualità dei servizi perché obbliga gli addetti ai lavori a stare al passo con la concorrenza e quindi a rinnovare strumenti e procedure. Inoltre, per alcuni ambiti (credito immobiliare, adempimenti contrattuali) i tempi possono essere ridotti e le distanze azzerate. La digitalizzazione può alleggerire i costi della transazione? Non è automatico. Digitalizzare significa comunque investimento, formazione, aggiornamento. La narrazione digitale uguale servizio a costo zero è fuorviante perché contravviene a qualunque regola di mercato oltre che a principi di ragionevolezza».
Se gli ambiti applicativi della blockchain, seppur promettenti sul fronte della sicurezza dei dati, sono ristretti, il proptech sta invece dando impulso a transazioni e vendite. «L’accesso all’informazione è più semplice di un tempo, il mondo più piccolo», racconta il vicepresidente Oid, Gerardo Paterna. «Portali di annunci immobiliari e piattaforme di collaborazione internazionale consentono a chiunque, con le giuste cautele, di avventurarsi nei mercati internazionali. Questo progresso ha reso anche il nostro Paese più accessibile a una clientela internazionale. Userei con prudenza il termine proptech perché il rischio è quello di assegnare un’etichetta tech a qualunque azienda con un computer acceso. Tutte le aziende di servizi, nell’immobiliare, utilizzano tecnologia a vari livelli. Possono stare tutte sul podio del proptech? Se faccio l’agente immobiliare e digitalizzo il processo di compravendita sono una proptech? Se costruisco case e mi avvalgo di complessi software di progettazione sono una proptech? Se sviluppo visite virtuali o software di valutazione automatica degli immobili sono una proptech? Il confine va definito meglio, giacché molte iniziative si definiscono proptech solo per ottenere visibilità o per richiamare investimenti».
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