Dal 3 novembre LinkedIn, la piattaforma che ospita curriculum, networking e ambizioni professionali dei propri utenti, inizierà ad addestrare la propria intelligenza artificiale sui dati personali degli iscritti europei. Foto profilo, esperienze lavorative, post e commenti diventeranno materiale di studio per i sistemi generativi del gruppo. Il consenso è implicito: chi non si opporrà, verrà automaticamente arruolato nel grande esperimento dell’intelligenza artificiale di LinkedIn.
L’iniziativa segue quella di Meta e segna un nuovo passo nella corsa all’IA generativa. Ma in questo caso il contesto è quello del «social del lavoro», dove ogni informazione, dal titolo di studio al commento più innocente, diventa un dato sensibile.
In Europa si parla di oltre 160 milioni di profili: una miniera di curriculum e riflessioni professionali che può fornire all’algoritmo un patrimonio linguistico e comportamentale di prim’ordine.
LinkedIn spiega tutto in un banner blu nella sezione «privacy e condizioni»: dal 3 novembre 2025 userà i dati di chi risiede in Unione europea, Svizzera, Paesi See, Canada e Hong Kong «per addestrare modelli di IA finalizzati alla creazione di contenuti e all’ottimizzazione dell’esperienza». In sostanza, l’AI imparerà come scrivono e interagiscono gli utenti per proporre contenuti «più pertinenti».
Il Garante per la protezione dei dati personali ha chiarito che restano esclusi messaggi privati, credenziali, pagamenti e stipendi. Ma tutto il resto (nome, foto, esperienze, post e commenti) rientra nel perimetro di utilizzo.
LinkedIn fonda la scelta sul principio del «legittimo interesse», cioè il diritto di trattare i dati senza consenso esplicito se questo serve a migliorare il servizio, purché non violi le libertà individuali.
Chi non gradisce la prospettiva, può disattivare l’opzione «dati per migliorare l’IA generativa» nelle impostazioni del profilo o compilare il modulo di opposizione disponibile sul sito.
L’operazione, presentata come un passo verso «un’esperienza più intelligente», solleva una domanda meno tecnologica e più umana: quanti tra i milioni di professionisti che animano LinkedIn sanno davvero che, da novembre, esperienze, riflessioni sulla leadership e frasi motivazionali potranno diventare materiale di addestramento per un algoritmo? Forse, a pensarci bene, è solo l’ultima evoluzione della formazione continua: quella in cui a imparare non sono più le persone, ma le macchine. (riproduzione riservata)