Le vendite in Italia delle auto cinesi Dongfeng sono partite, ma svanisce definitivamente il progetto con il ceo Bruno Mafrici di costruire uno stabilimento in Italia dopo l’istituzione dei dazi europei nei confronti delle auto elettriche provenienti dalla Cina. Qualche giorno fa a Milano davanti al notaio Luca Caimi s’è presentato Mafrici quale amministratore unico della Dongfeng Italia partecipata per il 50% dallo stesso Mafrici e per il 50% dalla svizzera Bm Advisory.
I soci hanno deciso di sciogliere in anticipo la società e di metterla in liquidazione nominando quale liquidatore lo stesso Mafrici. Dongfeng Italia, nata nel 2014 per opera di Mafrici, esperto in mercati internazionali e innovazione e nella consulenza finanziaria aziendale per il settore automobilistico, era la testa di ponte per l’Italia del gruppo automobilistico. Peraltro in quello stesso anno il ministro delle imprese e del Made in Italy Adolfo Urso aveva affermato che la casa automobilistica cinese era uno degli interlocutori del governo per stabilire un impianto produttivo in Italia. L’iniziativa aveva attirato l’interesse anche di Paolo Berlusconi che era diventato socio di Mafrici col 10% nella collegata Df Italia che aveva come oggetto «il commercio in Italia e all’estero, l’import/export di autoveicoli» e l’attività di rivendita.
Mafrici, nominato nel 2015 ceo di Dongfeng in Italia, nel settembre scorso - dopo l’inasprirsi dello scontro commerciale Europa-Cina - aveva però affermato: «Negli ultimi mesi ho assistito con profonda amarezza a un’evoluzione dei rapporti con il partner industriale Dongfeng che ritengo lesiva non solo della fiducia professionale riposta, ma anche del lavoro costruito con dedizione in questi anni. Dopo aver creduto nel progetto Dongfeng Italia fin dal primo giorno, contribuendo in modo decisivo - con Car Mobility e successivamente con DF Italia - alla realizzazione di una rete distributiva solida e alla creazione di una struttura operativa efficiente, mi trovo oggi a dover constatare con disappunto che i soggetti legati a Dongfeng hanno scelto di avviare, in maniera unilaterale, un’attività parallela, riproducendo la rete, le dinamiche aziendali e il personale sviluppati da me e da chi ha creduto fin dall’inizio in questo progetto». «A livello personale e professionale», aveva concluso, «non posso che esprimere il mio profondo rammarico per un comportamento che reputo distante da ogni logica di lealtà imprenditoriale. Continuerò a tutelare, con determinazione e rispetto, tutto ciò che è stato costruito insieme a una rete di persone serie, concessionari e collaboratori che hanno creduto in un progetto oggi tradito da scelte che non condivido e che non posso accettare in silenzio».
Il governo cinese (che possiede la Dongfeng Motor Group) ha chiesto infatti alla casa automobilistica di non procedere con lo stabilimento, di qui la liquidazione della società. Ciò non ha impedito comunque alla Dongfeng di proporre in Italia una gamma di quattro vetture, tutte garantite per 5 anni o 150.000 km. Senza contare che nel maggio scorso Stellantis e Dongfeng Motor Group hanno ampliato la loro partnership trentennale con un accordo di investimento congiunto da un miliardo di euro per produrre congiuntamente veicoli a nuova energia dei marchi Peugeot e Jeep a Wuhan, in Cina, a partire dal 2027. E hanno inoltre proposto una distinta joint venture europea per la produzione di veicoli elettrici Dongfeng in Francia. (riproduzione riservata)