L’allarme siccità per il Po e le oltre 4mila centrali idroelettriche presenti nel bacino si allarga al distretto confinante, che comprende Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria, oltre a porzioni di Toscana, Molise ed Emilia-Romagna. L’Aubac, Autorità di bacino dell’Appennino centrale, nell’ultimo aggiornamento del Piano di gestione delle acque 2028-2033 inviato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica lo scrive a chiare lettere: la crisi dell’acqua non è più un fenomeno episodico o circoscritto, ma sta assumendo caratteristiche strutturali e territorialmente sempre più estese. Il linguaggio usato è insolitamente netto per un documento di pianificazione. Marco Casini, segretario generale dell’Aubac, lo sintetizza così partendo dal bilancio climatico del periodo compreso tra il 1° giugno e il 10 agosto 2026, elaborato dall’Autorità. In particolare le temperature registrate a Roma, sono le più alte degli ultimi 25 anni tenendo conto di diffusione, persistenza e temperature notturne.
«Il caldo non è un’emergenza da fronteggiare, ma una condizione da gestire», aggiunge Casini. «Occorre garantire la sicurezza delle reti e dei servizi essenziali. Come Autorità stiamo rafforzando il monitoraggio climatico e idrologico del territorio e integrando questi scenari nella pianificazione di bacino, anche attraverso il Digital Twin del distretto e la collaborazione avviata con i Comuni. Il primato del 2026 non è soltanto un dato statistico: è un’indicazione precisa di come dobbiamo ripensare oggi la città dei prossimi decenni».
In base al documento, iI conto degli interventi da finanziare nel solo distretto dell’Appennino centrale arriva intanto a 8,4 miliardi di euro per 536 opere. La fetta maggiore riguarda il servizio idrico integrato: 389 interventi per circa 6,4 miliardi, di cui oltre 5,2 miliardi destinati a opere da realizzare dopo il 2027. Il fabbisogno si concentra soprattutto in Lazio, Marche e Abruzzo e riguarda l’adeguamento e il potenziamento delle infrastrutture idriche e il miglioramento dell’efficienza del servizio.
Altri 2 miliardi sono necessari per 147 interventi nel comparto irriguo, anch’essi prevalentemente collocati dopo il 2027 e concentrati soprattutto in Umbria, Lazio e Abruzzo. In questo caso il rapporto collega esplicitamente il fabbisogno al crescente peso della gestione sostenibile della risorsa in agricoltura, «anche alla luce degli effetti dei cambiamenti climatici e dell’incremento dei fenomeni di siccità».
A fronte di questi 536 interventi, il piano può contare su una serie di leve finanziarie: dal Pniissi, il Programma nazionale di interventi per la sicurezza del settore idrico, fino ai Fondi per la progettazione del Mit fino al Programma operativo ambiente finanziato dal Fondo Sviluppo e Coesione, oltre al Pnrr e agli altri strumenti nazionali ed europei. (riproduzione riservata)