«Google? È molto probabile che serva uno spezzatino per eliminare il suo monopolio nella pubblicità online. Aggiungo anche che approvo la web tax imposta da alcuni Stati membri sui giganti del web: è una forma di ricchezza che può essere tassata per rafforzare i servizi pubblici. E considero inoltre inaccettabile che un Paese terzo, gli Stati Uniti, dica all’Ue come esercitare la sua sovranità regolamentare o fiscale».
Teresa Ribera incarna gli ideali del partito socialista, di cui condivide le battaglie civili e l’impegno contro il cambiamento climatico. Ex ministra della Transizione Ecologica del governo spagnolo di Pedro Sánchez, è ora vicepresidente esecutiva della Commissione Europea. Nei fatti è la numero due della presidente Ursula von der Leyen, che le ha assegnato l’incarico più importante: la responsabilità del Green Deal.
Ma la giurista spagnola, negli anni diventata un riferimento sull’ambiente a livello mondiale, è anche commissaria alla Concorrenza. E proprio da questa delega antitrust arriva il fronte più caldo per Ribera, che il 5 settembre ha sanzionato Google con una multa da 3 miliardi di euro. «È un caso davvero complesso, che ha richiesto più di quattro anni di lavoro», racconta la vicepresidente a Milano Finanza.
«La big tech americana gestisce l’offerta, la domanda e l’abbinamento della pubblicità online: in questo modo ha creato un quasi monopolio perché è in grado di influenzare gli utenti e la maggior parte delle imprese che vogliono fare annunci su internet. Era necessario intervenire applicando le leggi antitrust ed è quello che abbiamo fatto».
Domanda. Quali saranno i prossimi passi?
Risposta. Dobbiamo eliminare il dominio di Google e prevenire nuove violazioni. La soluzione migliore potrebbe essere uno spezzatino, anche se dipenderà dai rimedi presentati dalla big tech, che può sottoporci alternative meno impattanti e comunque idonee a raggiungere lo scopo. Altrimenti sarà la Commissione a decidere.
D. Anche la giustizia americana è arrivata alla stessa conclusione, senza imporre però lo spezzatino.
R. Sarebbe interessante capire se Dg Comp e Dipartimento di Giustizia (le autorità garanti della concorrenza in Ue e Usa, ndr) possono cooperare per rendere coerenti i rimedi imposti a Google o suggeriti dalla società. Questa collaborazione avvantaggerebbe statunitensi ed europei, che insieme rappresentano una grossa fetta dei consumatori mondiali.
D. Avete multato anche Meta e Apple. Le loro proposte vi soddisfano?
R. Una soluzione è un po’ più convincente, l’altra meno, ma non abbiamo ancora deciso se siano sufficienti o meno per eliminare le violazioni riscontrate. Siamo nel campo del Dma (il regolamento sui mercati digitali, ndr) e i provvedimenti contro Meta e Apple rappresentano una delle sue prime applicazioni pratiche. Quindi vogliamo agire in modo proporzionato ed essere certi che gli attori in campo comprendano le conseguenze delle loro azioni sul mercato.
D. Trump ha minacciato chi ostacola le big tech. Reagirà con nuovi dazi?
R. Noi non chiediamo agli Stati Uniti di non tassare lo champagne, gli alcolici in generale o le altre merci europee. È una loro scelta e la rispettiamo se non viola le leggi internazionali. Nel caso contrario faremo tutto il necessario per difendere gli interessi, i valori e le decisioni sovrane dell’Ue.
D. Potremmo rispondere con la web tax?
R. Alcuni Stati membri puntano già su questa imposta e hanno ragione. A livello europeo, invece, la tassa sui servizi digitali non rientra tra le risorse proprie del bilancio comunitario, ma potremmo approvarne una in futuro. Se accadrà, sarà una scelta presa in autonomia e applicando regole democratiche.
D. L’altro fronte caldo è quello bancario. Non avete ancora deciso sul golden power imposto a Unicredit da Palazzo Chigi.
R. Non commentiamo i procedimenti in corso, anche se l’istituto in questione ha ritirato la sua offerta su Banco Bpm. Però vorrei precisare un aspetto: quando un’operazione supera una certa dimensione, è la Dg Comp che valuta i rischi per la concorrenza. Nel caso di Unicredit nutriamo dei dubbi sulle condizioni imposte sull’ops, che potrebbero non rientrare tra le eccezioni previste dalle norme europee. Quindi abbiamo chiesto ulteriori informazioni al vostro governo, abbiamo ricevuto una risposta e ora la stiamo valutando. In futuro decideremo se pronunciarci sulle prescrizioni introdotte dall’Italia e sull’impatto che hanno avuto sul mercato bancario.
D. Il ceo Andrea Orcel ha problemi anche in Germania. L'esecutivo tedesco ha definito ostile l’acquisizione del 29% di Commerzbank. State monitorando la situazione?
R. La Dg Comp può avviare una procedura su un’operazione concreta di sua iniziativa o quando le viene sottoposta. Quello che non possiamo fare è speculare su qualcosa che ancora non è avvenuto.
D. I governi però stanno giocando un doppio ruolo nel risiko: quello di azionisti e di regolatori. Come bilanciarli?
R. Le norme europee limitano e descrivono in modo chiaro le ipotesi in cui la politica può incidere su queste operazioni. Le regole vanno rispettate, quindi è importante valutare la conformità alla legge degli interventi statali e questo compito, lo ripeto, spetta alla Dg Comp, che si attiva in caso di eccessi. Perché è vero che la stabilità dei sistemi bancari nazionali è fondamentale e rientra nell’interesse pubblico di ogni economia. Ma allo stesso tempo ci siamo dati delle regole per evitare che i governi compromettano il buon funzionamento e la parità di condizioni nel mercato del credito.
D. Vuol dire che siete a favore delle fusioni?
R. All’Europa occorrono un’Unione Bancaria e dei Risparmi e degli Investimenti ben funzionanti. Questo significa che contiamo sulla spinta generata dal consolidamento bancario su scala Ue e penso che si tratti di un fenomeno già in corso.
D. Cosa intende?
R. Non siamo di fronte a una novità e in futuro potrebbero esserci altri sviluppi, ma prima dobbiamo aspettare che le operazioni vengano annunciate in concreto e, se avranno un impatto sul mercato comunitario, ci esprimeremo. Detto questo, l’Europa è uno dei continenti con i risparmi più consistenti e non ha senso vederla in difficoltà quando si tratta di garantire un costo efficiente del capitale o un prezzo adeguato dei prestiti. Dobbiamo lavorare su questi aspetti, come sulla capacità di sviluppare prodotti finanziari capaci di stimolare gli investimenti: sono limiti che derivano dalla frammentazione in 27 realtà diverse.
D. Le banche hanno corso in borsa grazie al risiko mentre l’auto ha frenato per la transizione green. Come l’aiuterete?
R. Questa industria è centrale per la nostra economia ma sta perdendo competitività nel mondo. Noi vogliamo rafforzarla per preservare i posti di lavoro e mantenere la produzione nel continente, però anche i costruttori devono riflettere e individuare una strategia per rilanciarsi. All’interno dell’industria ci sono idee diverse su come procedere: alcuni player chiedono il rinvio delle multe sulle emissioni, mentre altri hanno già investito nella transizione green, correndo un rischio. Non sarebbe equo penalizzarli, quindi potremmo prendere una strada diversa per sostenere il settore.
D. Allora non rinvierete le sanzioni come chiesto da Stellantis?
R. Non penso che sia necessario cambiare i target perché creeremmo instabilità e imprevedibilità tra gli investitori e in tutta la filiera. I nostri competitor continuano a puntare sull’elettrico e conquistano quote di mercato a nostro discapito. Senza contare che per modificare le regole servirebbe il sostegno ampio del Parlamento e della Commissione Ue, e anche in questo caso le visioni divergono.
D. Lo stesso discorso vale per lo stop ai motori termici dal 2035? Nessuno spazio per ibride plug-in e rev?
R. Sarebbe strano tornare indietro, anche perché sono quasi vent’anni che l’Europa cerca di agevolare la trasformazione del settore e lo invita a investire sull’innovazione. Le ibride e le versioni plug-in servivano a facilitare la transizione, mentre la neutralità tecnologica non è mai stata messa in discussione: è un elemento importante dell’equazione, ma è legata alle emissioni zero, un obiettivo già coperto dal sistema.
D. Introdurrete degli incentivi europei?
R. Programmi di questo genere esistono da tempo a livello nazionale, sempre nel rispetto delle regole sugli aiuti di Stato. Quindi abbiamo già investito molti fondi pubblici per sostenere la domanda, una decisione corretta perché ha stimolato le vendite. Ora, però, dobbiamo evitare una sovra-concentrazione di incentivi sulla mobilità sostenibile privata, altrimenti sottrarremmo risorse ad altri campi ugualmente importanti e più in ritardo, come l’elettrificazione del trasporto pubblico nelle città e nelle zone rurali.
D. Può aiutarci l’e-car citata da von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione?
R. Diversi ceo dell’automotive hanno proposto un’alleanza stile Airbus (il gigante europeo dell’aviazione, ndr) per produrre veicoli elettrici piccoli e a basso costo, con prezzi accessibili. Oggi, ad esempio, il ceto medio del Sud Europa (Italia, Spagna o Grecia) non può permettersi un’auto elettrica. Per questo motivo dobbiamo ragionare su una proposta concreta che ci aiuti a unire le forze e individuare una soluzione rapida.
D. Nel suo discorso la presidente si è spesa soprattutto sull’Ucraina.
R. Le provocazioni di Vladimir Putin sono ripetute e impressionanti. Da quando i droni russi hanno sconfinato in Polonia siamo ancora più preoccupati, ecco perché von der Leyen ha sottolineato l’importanza di rimanere uniti e ha ricordato agli europei che dobbiamo difendere la nostra sovranità e i nostri valori con decisione. Allo stesso tempo la presidente ha insistito sulla competitività dell’Ue e sul mercato unico, che resta la nostra risorsa più preziosa. Non solo a livello economico, ma anche geopolitico perché crea valore e ricchezza. È arrivato il momento di essere più coraggiosi come chiesto da Mario Draghi ed Enrico Letta. (riproduzione riservata)