«Dobbiamo essere molto chiari e diretti nel descrivere il tipo di crisi che stiamo vivendo. Non sarà di breve durata e probabilmente è grave quanto quelle del 1973 e del 2022 messe insieme. Ciò significa che ci attendono mesi, o forse addirittura anni, molto difficili a seconda degli sviluppi in Medio Oriente. Ma anche nello scenario migliore, la situazione rimane grave». Sono forti i toni scelti dal commissario all’Energia, il danese Dan Jorgensen. Parole pensate per preparare gli europei ad affrontare una sfida dai contorni ancora poco delineati.
Anche se non del tutto, l’impatto della crisi energetica sta già iniziando a manifestarsi perché, in poco più di un mese e mezzo, il conflitto in Iran ha fatto lievitare la bolletta dell’Ue di 24 miliardi. Così la Commissione è corsa ai ripari e ieri ha lanciato il piano Accelerate Eu, un mix di misure per alleviare il peso su cittadini e imprese, e aumentare l’indipendenza del Vecchio Continente dai combustibili fossili.
Bruxelles seguirà cinque linee d’azione, alcune pensate per l’immediato e altre per il lungo periodo. Centrale sarà il maggiore coordinamento nella gestione delle riserve degli Stati membri, strategia che aveva già assicurato risparmi dopo la crisi energetica post guerra in Ucraina e che ora sarà migliorata. L’obiettivo è garantire la disponibilità di carburante e la capacità di raffinazione.
Questo anche grazie al nuovo osservatorio sui combustibili, che appunto monitorerà produzione, importazioni, esportazioni e scorte. Ma il piatto forte, almeno nel breve periodo, saranno le misure «tempestive, mirate e temporanee». I governi dovranno sostenere il reddito con voucher e interventi per ridurre le accise sull’energia alle imprese e alle famiglie più vulnerabili.
Bruxelles è pronta anche ad adottare un nuovo quadro temporaneo per gli aiuti di Stato, più flessibile e valido per tutto il 2026. Così i Paesi con più margini di bilancio potranno coprire fino al 50% degli extra-costi legati alla crisi. Interventi a cui la Commissione raccomanda di affiancare un taglio dei consumi, con riscaldamento contenuto negli uffici e incentivi economici all’uso dei trasporti pubblici.
Il problema è che l’impatto della crisi sarà prolungato. «Ipotizzando una pace immediata, il Qatar impiegherà comunque due anni, forse di più, per ricostruire le infrastrutture per il gas», ricorda Jorgensen. «Questo significa che i prezzi del gnl non si stabilizzeranno, né diminuiranno nei prossimi due anni. Quindi anche lo scenario migliore sarebbe piuttosto negativo per i prossimi mesi e gli effetti si protrarranno a lungo».
Ecco perché l’Ue si sta preparando anche ad accelerare il passaggio verso forme di energia pulita, prodotte in Europa per aumentare l’indipendenza dai combustibili fossili. Entro l’estate la Commissione presenterà un piano d’azione con un obiettivo ambizioso di elettrificazione, processo che dovrà essere accompagnato da una rete robusta e dall’incremento delle rinnovabili.
L’ultimo tassello saranno gli investimenti, che dovranno essere corposi perché per la transizione energetica serviranno almeno 660 miliardi ogni anno fino al 2030. Nei vari Pnrr ci sono ancora 219 miliardi disponibili, e altri 38 miliardi possono essere presi dai fondi di coesione. Ma queste risorse non basteranno, quindi andranno mobilitati i capitali privati e i 12 mila miliardi di risparmi fermi sui conti degli europei.
Per riuscirci la Commissione è pronta a organizzare un apposito vertice: a essere coinvolti saranno i big dei servizi finanziari, con un ruolo decisivo della Bei e delle varie Cdp europee, che con l’effetto leva moltiplicheranno gli investimenti destinati alla transizione energetica.
L’obiettivo, insomma, è non ripetere gli errori del passato, quando l’Ue si è legata a uno o due produttori, pagando a caro prezzo le sue scelte. Anche per questo motivo Jorgensen promette che l’Europa non farà marcia indietro sul gas russo. «La decisione della Commissione è molto chiara», spiega il commissario danese.
«In futuro non importeremo più nemmeno una singola molecola da Mosca perché Vladimir Putin l’ha usata come arma per ricattare gli Stati membri. Senza contare che se acquistiamo la sua energia, contribuiamo a sostenere la guerra contro i nostri amici dell’Ucraina. Presto, quindi, usciremo da una dipendenza da cui, francamente, avremmo dovuto liberarci molti anni fa». (riproduzione riservata)