L’Unione Europea prova a rilanciare l’industria del Vecchio Continente e a proteggerla dalla concorrenza sleale - soprattutto cinese - con l’Industrial Accelerator Act (Iaa). Il provvedimento si applica alle case automobilistiche, alle aziende ad alto impatto energetico e quelle che producono tecnologie pulite. Ognuna di esse dovrà servirsi di un minimo di componenti europei per partecipare agli appalti pubblici e accedere alle diverse forme di incentivi concessi dagli Stati membri.
«Oggi il made in Europe entra in pompa magna nel diritto comunitario con un cambio di dottrina impensabile fino a qualche mese fa», dichiara il vicepresidente esecutivo Stéphane Séjourné. «Le vicende internazionali, a partire dalla guerra in Iran, ci impongono di rafforzare i nostri settori chiave. Davanti a sovvenzioni massicce e distorsioni di mercato, le imprese europee si ritrovano con un handicap sul loro stesso terreno di gioco, il mercato unico. Ecco perché vogliamo produrre di più nelle aree strategiche».
Condizioni stringenti sono previste soprattutto per l’auto. I veicoli elettrici dovranno essere assemblati in Europa, avere il 70% dei componenti e almeno tre parti della batteria (tra cui le cellule) prodotti nell’Ue o in Paesi con cui esiste un accordo commerciale (dovrebbero essere circa 40) che garantisce reciprocità. Sul punto Bruxelles procederà a una verifica per vedere quali partner applicano una preferenza nazionale che penalizza le imprese europee.
Quindi non c’è ancora un elenco definitivo ma è probabile che non ne faranno parte né India né Usa (chissà come reagirà Donald Trump), mentre dovrebbero essere compresi Regno Unito e Giappone. Non un dettaglio perché diverse case hanno impianti o catene di approvvigionamento fuori dall’Unione. «Quando ci sono in ballo soldi pubblici vogliamo concedere una preferenza europea. Viste le tensioni internazionali, però, preferiamo non non fare ancora nomi», si limita a dire Sejourné.
Quel che è certo, invece, è che i requisiti diventeranno più stringenti dopo tre anni dall’entrata in vigore dell’Iaa perché, ad esempio, i componenti delle batterie salgono a cinque. Nessuna modifica invece per le piccole auto elettriche, la nuova categoria su cui punta la Commissione per rilanciare il settore e che quindi beneficerà di regole meno rigide. In questo caso, oltre a essere assemblati in Europa, i veicoli dovranno avere il 70% dei componenti oppure tre parti della batteria made in Ue (o nei Paesi partner).
«L’obiettivo della legge sull’Industrial Accelerator Act è rafforzare la base industriale europea in un contesto caratterizzato da una crescente concorrenza sleale a livello globale e da una sempre maggiore dipendenza dai fornitori extra Ue», commenta Stellantis in una nota aggiungendo però che «la proposta presentata dalla Commissione non è sufficiente a raggiungere questo obiettivo». Secondo il gruppo guidato da Antonio Filosa, «per proteggere e promuovere realmente l'industria automobilistica europea e i milioni di posti di lavoro che essa sostiene, la politica deve essere semplice da attuare e fornire una compensazione chiara e tempestiva all'aumento dei costi del Made in Europe». Inoltre, «deve garantire condizioni di parità per tutti i costruttori automobilistici che vendono sul mercato europeo».
Non è soddisfatta nemmeno Renault. «Il testo appare estremamente complesso e ci vorrà del tempo per comprenderlo appieno e valutarne le implicazioni», sottolinea la casa francese in una nota, aggiungendo che «alcune delle principali problematiche che il settore deve affrontare, come la semplificazione di standard e normative, l'obiettivo Cafe di Co2 per il 2030 e il quadro Lcv 2025-2029, non sono ancora state affrontate».
Anche per i settori ad alto impatto energetico e per l’industria green (eolico, pompe di calore, nucleare ecc) sono previsti dei requisiti minimi per partecipare agli appalti pubblici (il tema degli incentivi vale più per l’auto). Altrimenti le aziende saranno escluse dalle gare e sarà avviata una procedura d’infrazione contro gli Stati che violano le regole. In questo caso il 25% dell’alluminio e dell’acciaio dovrà essere prodotto in Europa o nei Paesi partner. Soglia che scende al 5% per il cemento.
Così la Commissione è convinta di salvare 600 mila posti di lavoro nei prossimi 10 anni e di crearne 150 mila nei settori delle batterie e in generale nell’industria green. L’altro obiettivo è frenare la perdita di competitività delle imprese manifatturiere europee, la cui quota sul pil è scesa dal 17,4% del 2000 al 14,3% del 2024. Bruxelles punta a invertire il trend e vuole portare la percentuale al 20% entro il 2035.
L’Iaa stimolerà la domanda di prodotti a basse emissioni anche grazie a una spinta sulla semplificazione, con piattaforme online pensate per aiutare i piccoli comuni ad applicare norme che introducono requisiti aggiuntivi. Anche le industrie coinvolte potranno chiedere i permessi necessari con un’unica procedura digitale e meno lungaggini burocratiche. Per loro saranno creati degli hub per attrarre investimenti, facilitare la de-carbonizzazione e rafforzare le catene di approvvigionamento.
Il provvedimento è frutto di un bilanciamento di interessi tra Stati membri, che ora dovrà reggere nel Parlamento e nel Consiglio Europeo, chiamati ad approvare l’Iaa. Trovare una quadra non è stato semplice, ragione che ha portato a una serie di rinvii. La Francia ha spinto sul buy european mentre Germania e Italia si sono dimostrate più scettiche perché hanno economie votate all’export. Quindi temevano ritorsioni da giganti come la Cina, il più grande mercato al mondo per l’auto e centrale per le vendite delle case tedesche.
L’Iaa, insomma, è figlio di un compromesso e non ha un’impronta eccessivamente protezionistica secondo la Commissione. Si tratta piuttosto di garantire reciprocità in un contesto internazionale sempre meno votato al libero scambio dopo i dazi di Trump. Anche per questo motivo Bruxelles ha introdotto dei limiti agli investimenti stranieri sopra i 100 milioni di euro da parte di imprese che con i loro prodotti controllano più del 40% del mercato.
«Siamo una zona rifugio per gli operatori esteri perché offriamo stabilità e prevedibilità», commenta il commissario francese. «Quando si parla di settori strategici, però, i nostri partner devono creare valore aggiunto nel nostro territorio». Ecco perché tra le condizioni imposte ci sono quella di assumere il 50% di dipendenti europei e di creare joint venture con società europee in maggioranza (con più del 51%).
Poi l’obbligo di investire almeno l’1% dei ricavi globali in ricerca e sviluppo nell’Unione e di produrre beni con il 30% di componenti locali. «Vogliamo che l’Ue non diventi solo una piattaforma di assemblaggio», spiega Séjourné. «L’Iaa è l’inizio di un nuovo ciclo industriale europeo e ci permetterà di mantenere le tecnologie del futuro nei nostri confini, difendendo la nostra sicurezza economica». (riproduzione riservata)