Sinceramente «non vedo la costruzione di una pace tra Russia e Ucraina così vicina». I tavoli negoziali «sono sempre più frequenti è vero ma non c’è stato neanche un incontro delle controparti, pur se mediato da Usa e Ue». I due percorsi procedono «parallelamente con i due Paesi, un unicum nella storia della diplomazia», ha evidenziato a Milano Finanza l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, già segretario generale della Nato.
Domanda. La Russia però si è recentemente dimostrata quantomeno disposta a sedersi a un tavolo negoziale. Perché secondo lei?
Risposta. Io credo che la Russia faccia sempre più affidamento su una neutralità statunitense e sull’obiettivo del presidente Trump di macinare successi. Dunque Vladimir Putin conta sul fatto che se Trump vedrà allungarsi troppo i tempi per il raggiungimento della pace, non esiterà a mettere pressione sull’Ucraina, convincendola che i rapporti di forza rendono inevitabile scendere a compromessi con Mosca. Allo stesso tempo la Russia resta convinta di poter far crollare l’Ucraina, logorandola. La sta bombardando tutti i giorni, lasciando la popolazione senza luce e al freddo. Si dice infatti che l’Italia stia inviando gruppi elettrogeni. Da non sottovalutare inoltre il fatto che Putin si gioca anche il suo destino personale su questa guerra che lui stesso ha ingaggiato.
D. Dal canto suo, l’Ucraina rinunciando ufficialmente all’ipotesi di entrare nella Nato ha dimostrato l’intenzione di fare qualche passo verso Mosca?
R. La ritengo una mossa psicologica abile del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il tema credo che fosse già chiuso da tempo nei fatti, non c’è stato mai davvero il consenso tanto che non è mai stata presentata domanda formalmente. Ma dirlo così ufficialmente è comunque un’apertura ai negoziati di pace che costa poco in termini sostanziali ma risponde all’ostilità della Russia in materia.
D. Crede che l’Ucraina sarà chiamata a scendere a ulteriori compromessi con la Russia?
R. Temo di sì. Putin ha chiaramente detto che la Russia vuole sempre conquistare le quattro province del Donbass per cui tutto è iniziato. Tra queste già la Duma ha ratificato il referendum dei separatisti della Repubblica Popolare di Donetsk e della Repubblica Popolare di Lugansk. Si sommano poi le mire sui territori delle oblast di Cherson e Zaporižžja.
Per raggiungere questo obiettivo la Russia sta portando avanti una guerra di logoramento nei confronti dell’Ucraina, che di conseguenza mostra qualche segno di cedimento, e - anche se non ha mai osato dirlo a voce alta - ha un po’ accettato che gran parte delle regioni occupate resteranno in mano russa. Non magari come sovranità effettiva ma almeno come occupazione stabile.
D. L’intervento della comunità internazionale è determinante per l’Ucraina sia nel consentirle di continuare a resistere sia nell’assicurarle una pace negoziata?
R. Assolutamente sì. Da un lato, se l’Ucraina finirà a corto di armi e di fondi da Paesi terzi per sostenersi non potrà di certo andare avanti a resistere e sarà obbligata a quantomeno fare concessioni importanti a Mosca. Dall’altro lato, Kiev non potrà mai concedere qualcosa alla Russia senza ottenere garanzie di sicurezza vere da Usa e Ue, per presentare ai suoi cittadini il compromesso come una vittoria parziale. Ad esempio, Zelenksy potrebbe mettere sul piatto della bilancia la cessione di una frazione di Donbass con la possibilità acquisita - e fino a prima del conflitto considerata impossibile - per l’Ucraina di diventare un membro dell’Unione europea.
D. Restando in Europa, il Consiglio Ue ha deciso che sosterrà Kiev per il 2026-27 con un prestito di 90 miliardi attraverso debito comune, accantonando l’ipotesi dell’uso degli asset russi congelati. Perché secondo lei si è mossa in questa direzione?
R. Giuridicamente si trattava di un meccanismo molto complesso e soprattutto si basava su un assunto, probabile ma non certo: la non vittoria della Russia. Da qui il timore dei Paesi che posseggono le quote più importanti di asset russi congelati, in primis il Belgio, di dover restituire di tasca propria i soldi utilizzati per supportare l’Ucraina in caso di vittoria di Putin. La richiesta degli stessi Paesi era quindi che tutti gli altri membri dell’Ue si impegnassero a condividere le eventuali spese di restituzioni dei beni russi. Una garanzia un po’ difficile per realtà come l’Italia, con un debito nazionale alle stelle. (riproduzione riservata)