«In Italia, di fatto, il corporate venture capital non esiste». Diretto e provocatorio, ma soprattutto lucido, Andrea Di Camillo, fondatore e managing partner di P101 – uno dei pionieri e tra i principali gestori di fondi di venture capital in Italia – non fa solo una constatazione amara, ma un invito a guardare con lucidità a un fenomeno che altrove è motore strutturale dell’innovazione e che in Italia – nonostante casi molto virtuosi – resta ancora fragile, episodico, frammentato. Qui il corporate venture capital non è ancora un ecosistema: è una costellazione di esperimenti. Alcuni solidi, altri episodici, tutti accomunati dallo stesso obiettivo – portare innovazione nelle grandi aziende – ma anche dallo stesso limite: la fatica di scalare.
Eppure qualcosa si muove. Dai giganti dell’energia alle banche, dalle farmaceutiche ai gruppi manifatturieri, un numero crescente di imprese ha deciso di creare un proprio fondo o veicolo di investimento per entrare nel mondo delle startup. È una tendenza recente, concentrata soprattutto negli ultimi cinque anni, e racconta di un Paese che comincia a capire che l’innovazione non può più essere solo “fatta in casa”.
In Italia, oggi, di corporate venture capital se ne contano circa una trentina, con intensità e approcci diversi. Alcuni nomi spiccano per coerenza strategica e ambizione.
Eni Next, ad esempio, è uno dei modelli più maturi. Il braccio corporate di Eni investe in startup che sviluppano tecnologie per la transizione energetica: dai materiali innovativi alle batterie di nuova generazione, fino all’idrogeno verde. Nel 2023 ha avviato, insieme ad Azimut Libera Impresa, un fondo Eltif dedicato all’energy tech — segnale di una visione che integra capitale industriale e finanziario per accelerare l’innovazione. Un approccio simile, ma nel settore della salute, è quello di Angelini Ventures, nato nel 2022 con una dotazione di circa 300 milioni di euro. Il fondo del gruppo farmaceutico romano investe in startup di life sciences e digital health. Tra le operazioni più significative, ci sono società europee che sviluppano piattaforme di terapia digitale o soluzioni per la salute mentale, ambiti ancora poco esplorati in Italia. Sempre nel comparto healthcare spiccano poi Zcube, veicolo nato nel 2003 in seno a Zambon per investire in startup attive nei settori di interesse del gruppo farmaceutico, così come ChiesiVentures, dell’omonimo gruppo di Parma.
Nel mondo dell’automotive va sicuramente segnalata Brembo Ventures (altro articolo in pagina), mentre nel comparto energetico Iren (con IrenUp), A2A e Terna si muovono in questa direzione. Il gruppo guidato da Renato Mazzoncini, recentemente ha deciso di spinoffare l’attivita di venture capital dando vita a una società ad hoc - A2A Life Ventures - che raccoglie l’eredità del progetto avviato dalla life company nel 2020, guardando a startup della circular economy, dell’energia distribuita e delle smart city. Terna Forward, invece, investe su tecnologie per la gestione digitale delle reti elettriche, collaborando con startup che sviluppano software predittivi e sistemi IoT.
Nel settore finanziario i casi più strutturati sono quelli di Neva sgr (parte del gruppo Intesa Sanpaolo) e di Sella Venture Partners. Neva ha costruito un portafoglio che spazia dal fintech al deeptech, con investimenti internazionali in società come D-Orbit (space economy) e Iomob (mobilità smart). Sella Venture Partners, dal canto suo, ha scelto un modello molto legato all’ecosistema: investe in fintech, insurtech e soluzioni SaaS per pmi, con un ruolo attivo nel supporto manageriale delle startup partecipate.
Altri operatori completano il quadro: Technogym Ventures nel wellness tech; Crif Ventures nel data management; Poste Italiane Ventures e Immobiliare.it Ventures nel digitale e proptech; Zanichelli Venture nell’e-learning e nella cultura digitale, mentre in casa Berlusconi vanno menzionati Plai, acceleratore di Mondadori, e la Ad4ventures di Mfe-MediaForEurope. Un insieme eterogeneo, ma che racconta una tendenza precisa: la grande impresa italiana, seppur lentamente, sta cercando un nuovo modo di avvicinarsi all’innovazione.
Il 2024 ha visto circa 15 operazioni di cvc italiani, per un totale stimato di 69 milioni di euro investiti in startup, secondo i dati raccolti da StartupItalia e Intesa Innovation Center. Numeri ancora piccoli, specie se confrontati con la media europea, ma in crescita rispetto a cinque anni fa, quando il fenomeno era quasi inesistente.
Per Di Camillo, però, «non è tanto un tema di quantità, ma di cultura. In Italia - osserva - il corporate venture capital resta un’eccezione. La maggioranza delle grandi imprese non ha ancora maturato la mentalità dell’investimento in innovazione esterna. Eppure, il cvc è una leva fondamentale: serve a esporre l’azienda a nuove tecnologie, modelli, tendenze. Se questa esposizione manca, il sistema si impoverisce».
Il limite, per Di Camillo, è duplice: strutturale e mentale. Strutturale, perché mancano veicoli dedicati e figure interne preparate a dialogare con il mondo delle startup; mentale, perché «molti imprenditori reagiscono ancora con sufficienza: “Perché dovrei pagare qualcuno per dirmi come fare innovazione?”». Un atteggiamento che, di fatto, isola le aziende dal fermento tecnologico e le condanna alla reattività, non alla proattività.
Nel resto del mondo il corporate venture capital è parte integrante delle strategie industriali. Google Ventures, Salesforce Ventures, Samsung Next, Toyota Ventures o Bmw i Ventures non sono eccezioni: sono strumenti di business, usati per monitorare il futuro. In Italia, invece, mancano ancora sia massa critica sia incentivi strutturali.
Di Camillo propone una ricetta concreta: «Bisognerebbe riconoscere fiscalmente l’investimento corporate in venture capital come una forma di ricerca e sviluppo. In fondo, è la stessa cosa: solo che invece di farla in laboratorio, la fai nel mercato». Un incentivo di questo tipo, aggiunge, potrebbe spingere molte imprese — anche familiari — a destinare una piccola quota del capitale (anche solo il 5%) alla sperimentazione, costruendo un ponte tra industria tradizionale e startup.
Oggi le esperienze di Eni, Angelini, Brembo, Neva o Sella dimostrano che il modello può funzionare anche nel contesto italiano, se sostenuto da visione e pazienza. Ma per trasformare le buone pratiche in un vero ecosistema serve un cambio di paradigma: passare dal progetto pilota al programma strategico.
L’Italia, conclude Di Camillo, «ha un capitale industriale enorme, ma spesso chiuso su se stesso. Il corporate venture capital serve proprio ad aprire finestre sul futuro. Non si fa perché è di moda, ma perché è necessario. Perché se non ci esponiamo a ciò che nasce oggi, quando arriverà sul mercato sarà già troppo tardi». (riproduzione riservata)