Assediato non solo dai democratici ma anche da una parte del Partito repubblicano, dalla stampa conservatrice, da alcuni consiglieri interni e dai sondaggi, Donald Trump tenta di correggere la rotta e di riprendere il controllo della crisi aperta a Minneapolis.
Il presidente ha aperto all’ipotesi di un ritiro dell’Ice dalla città, poi rilancia chiedendo al Congresso di porre fine alle ‘città santuario’ a guida dem che proteggono i migranti, e infine annuncia l’invio in Minnesota del suo fedelissimo «zar dei confini», Tom Homan.
La nomina di Homan sembra rafforzare l’ipotesi del pugno di ferro. Allo stesso tempo, però, la mossa suona come un commissariamento dei vertici attualmente alla guida dell’operazione: dalla segretaria alla Sicurezza interna, Kris Noem, finora difesa solo formalmente dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, al comandante della Border Patrol, Greg Bovino. Entrambi hanno sostenuto senza riserve l’operato degli agenti federali nelle uccisioni dei due manifestanti a Minneapolis, nonostante video e testimonianze mettano in discussione la versione ufficiale.
Nelle stesse ore i media avevano parlato della rimozione del capo dei Border Patrol, Greg Bovino, dall'incarico di supervisore degli agenti in campo nei controlli anti-immigrazione. Una notizia che è stata smentita dalla portavoce del dipartimento della Sicurezza interna, Tricia McLaughlin: «Il Capo Gregory Bovino non è stato sollevato dal suo incarico. È una parte fondamentale della squadra del Presidente e un grande americano». Secondo quanto riportato sempre dai media, però, Bovino già oggi, 27 gennaio, dovrebbe tornare a El Centro, in California.
Una scelta, questa di Trump, che potrebbe quindi segnare l’avvio di una nuova fase, dimostrata anche dal fatto che nella giornata del 27 gennaio il tycoon ha avuto una telefonata con il governatore del Minnesota Tim Walz, durante la quale il presidente ha accettato di valutare una riduzione degli agenti federali dell'Ice in campo. Gli agenti dovrebbero cominciare a lasciare la città già dalla giornata del 27 gennaio.
La decisione che arriva dopo giorni di proteste e polemiche date dal clamore pubblico di quanto avvenuto sabato scorso con la morte di Alex Pretti.
I segnali di una possibile de-escalation arrivano anche dalla telefonata definita «molto buona» tra Trump e il governatore democratico del Minnesota, Tim Walz. «Sembravamo sulla stessa lunghezza d’onda», ha scritto il presidente suo social Truth, mentre la portavoce della Casa Bianca ha spiegato che Trump ha delineato un percorso per il ripristino dell’ordine, precisando che, qualora le autorità locali attuino le misure richieste, la presenza degli agenti federali di Ice e Border Patrol non sarà più necessaria.
La Casa Bianca resta però spaccata tra i falchi, come Stephen Miller, e i consiglieri favorevoli a una linea più morbida per evitare un boomerang politico in vista delle elezioni di midterm. I sondaggi mostrano che la maggioranza degli americani non approva i metodi dell’Ice e che il dissenso cresce anche tra gli elettori repubblicani. Esponenti di primo piano del Gop chiedono il ritiro dell’agenzia, mentre alcuni candidati si sfilano: è il caso di Chris Madel, avvocato di Minneapolis in corsa per la carica di governatore del Minnesota.
Sul fronte opposto, i democratici minacciano di non votare i fondi per il Dipartimento per la Sicurezza interna, aprendo il rischio di un nuovo shutdown a fine mese. Resta infine il tema politico centrale per Trump: la ricerca di un capro espiatorio. «Nessuno alla Casa Bianca, compreso il presidente, vuole vedere americani feriti o uccisi nelle strade», ha sottolineato Leavitt, «ma Trump esige la fine della resistenza e del caos dei democratici» rispetto alla sua politica di espulsione degli immigrati.
Sempre ieri, 60 ceo di aziende con quartier generale a Minneapolis, dai magazzini Target alla catena d’elettronica Best Buy, hanno chiesto con una lettera lo stop alle operazioni.(riproduzione riservata)