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Trump pronto a colpire l’Iran? Il petrolio vola. Goldman Sachs mette in guardia dal greggio sanzionato in mare
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Trump pronto a colpire l’Iran? Il petrolio vola. Goldman Sachs mette in guardia dal greggio sanzionato in mare

19 febbraio 2026, 11:20 Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2026, 07:53

I timori su un conflitto in Iran nel fine settimana fanno infiammare di nuovo il Brent oltre 71 dollari al barile. L’impatto sui prezzi del greggio sanzionato in mare

I timori su un conflitto in Iran nel fine settimana o la prossima fanno infiammare di nuovo i prezzi del petrolio all’indomani della corsa giornaliera più rilevante (+4,3%) dall’ottobre del 2025. Il futures sul Brent è balzato sopra 71 dollari al barile (+2,2% a 71,91 dollari) e quello sul Wti oltre 66 dollari al barile (+2,4% a 66,65 dollari). Entrambi i benchmark si avvicinano ai massimi degli ultimi sei mesi giovedì poiché i trader scontano il rischio di interruzioni dell'offerta in caso di un conflitto.

Le tensioni tra Washington e Teheran e le opzioni militari

Dopo l'ennesimo round inconcludente di colloqui tra Washington e Teheran, alti funzionari della sicurezza nazionale statunitense hanno informato il presidente, Donald Trump, che le forze armate degli Stati Uniti sono pronte a colpire l'Iran anche già nel prossimo fine settimana, secondo fonti citate da Cbs News.

Tuttavia, le stesse fonti hanno indicato che un'eventuale operazione potrebbe essere rinviata all'inizio della prossima settimana, sottolineando che Trump non ha ancora preso una decisione definitiva. In vista di possibili azioni o ritorsioni iraniane, il Pentagono sta continuando a trasferire parte del personale dal Medio Oriente verso l'Europa o sta rientrando negli Stati Uniti.

A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato lo stesso Trump: «Ora è il momento che l'Iran si unisca a noi su un percorso che completerà ciò che stiamo facendo. Non possono continuare a minacciare la stabilità dell'intera regione e devono raggiungere un accordo. Se non succederà, non succederà ma accadranno cose brutte», ha detto nel corso della riunione del Board of Peace. «Forse raggiungeremo un accordo. Lo scoprirete probabilmente nei prossimi 10 giorni».

Parallelamente, funzionari statunitensi citati dal Wall Street Journal hanno riferito che Trump ha ricevuto briefing dettagliati sulle opzioni militari disponibili, tra  cui un'operazione prolungata volta a eliminare decine di leader politici e militari iraniani, con l'obiettivo di rovesciare il regime (il governo israeliano spinge per questo scenario), o un'azione più limitata, concentrata su impianti nucleari e missili balistici.

L'impatto sui flussi petroliferi e lo Stretto di Hormuz

Una guerra metterebbe a rischio i flussi da una regione che produce circa un terzo del petrolio mondiale. «I prezzi del petrolio stanno salendo mentre il mercato diventa sempre più preoccupato per la possibilità di un'imminente azione degli Stati Uniti contro l'Iran», commentano gli analisti di Ing. «Per i mercati del petrolio, la preoccupazione riguarda chiaramente cosa significherebbe un'azione del genere, non solo per l'approvvigionamento di petrolio iraniano, ma anche per i flussi petroliferi del Golfo Persico, considerando il rischio di interruzione delle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz». 

I media statali iraniani hanno riportato che il Paese ha chiuso lo Stretto di Hormuz per alcune ore martedì 17 febbraio, senza chiarire se sia stata riaperta completamente. Circa il 20% dell'offerta globale di petrolio passa attraverso questo stretto. Al di là del Medio Oriente, i colloqui per porre fine alla guerra in Ucraina si sono conclusi dopo appena 90 minuti, senza risultati con il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy, che ha accusato Mosca di rallentare gli sforzi mediati dagli Stati Uniti per porre fine alla guerra, ormai in corso da quattro anni.

La produzione russa e le scorte globali

Nel frattempo, proprio la Russia, membro dell’Opec+, ha registrato un rallentamento delle trivellazioni che potrebbe portare a un’ulteriore riduzione della produzione di petrolio. Mentre i dati dell’Energy Information Administration degli Stati Uniti, pubblicati il 19 febbraio, hanno mostrato che le scorte di greggio sono diminuite di 9 milioni di barili nell’ultima settimana, contro le previsioni che indicavano un aumento di 1,7 milioni di barili. 

I prezzi del petrolio sono aumentati quest’anno nonostante il surplus mondiale, in parte perché gran parte dell’eccesso consiste in greggio sanzionato bloccato in mare, ha spiegato Goldman Sachs. L’aumento del volume di greggio russo, iraniano e venezuelano in mare, arrivato a 375 milioni di barili, ha rappresentato circa un terzo dell’incremento di greggio globale su base annua.

L’impatto sui prezzi del greggio sanzionato in mare

Allo stesso tempo, le scorte dei Paesi Ocse sono rimaste sostanzialmente stabili, il che continua a sostenere i prezzi, ha aggiunto Goldman Sachs, notando che la combinazione di questi fattori ha portato a una «disconnessione» nel mercato tra i prezzi globali e le scorte.

La domanda complessiva di greggio sanzionato è stata inferiore all’aumento dell’offerta esportata: l’India ha ridotto gli acquisti di greggio russo, la Cina gli acquisti iraniani, anche se in parte ciò è dovuto a uno spostamento verso il greggio russo.

Assumendo che le prospettive per i surplus globali complessivi non cambino, ogni aumento di 1 milione di barili al giorno di esportazioni sanzionate in mare per 12 mesi porta a un incremento dei prezzi del Brent fino a 8 dollari al barile. Viceversa, ogni riduzione di 100 milioni di barili di petrolio in mare riduce i prezzi di 3-4 dollari al barile. (riproduzione riservata)



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