Nel discorso sullo State of the Union di martedì sera, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso che i dazi pagati dai Paesi esteri sostituiranno l’attuale sistema di tassazione sul reddito. Una mossa strategica a pochi mesi dalla elezioni di Mid Term e davanti ad un gradimento personale in continua discesa fra gli elettori. Lo State of the Union è l’intervento annuale che il Presidente degli Stati Uniti tiene davanti al Congresso per fare il punto sulla situazione del Paese.
Trump ha difeso così la politica dei dazi imposti ai Paesi esteri, sostenendo che chi ha «sfruttato gli Stati Uniti per anni ora sta pagando miliardi di dollari». Il presidente ha ribadito che i dazi sostituiranno il moderno sistema dell’imposta sul reddito, una tesi già sostenuta all’inizio del suo secondo mandato. «Con il passare del tempo, credo che i dazi, pagati dai Paesi stranieri, sostituiranno come in passato in modo sostanziale l’attuale sistema di imposta sul reddito, togliendo un grande peso finanziario dalle spalle delle persone che amo», ha detto Trump.
Secondo Trump, uno dei principali motivi della ripresa economica degli Stati Uniti sono proprio i dazi: «Ho incassato centinaia di miliardi di dollari per concludere grandi accordi per il nostro Paese, sia sul piano economico sia su quello della sicurezza nazionale. Tutto stava funzionando bene. I Paesi che ci hanno sfruttato per decenni ora ci stanno pagando centinaia di miliardi di dollari».
Questi Paesi ora sono «felici – ha aggiunto Trump – e lo siamo anche noi. Abbiamo fatto accordi. Gli accordi sono tutti conclusi. E sono felici. Non guadagnano più come prima, ma noi stiamo guadagnando molto. Non c’era inflazione, crescita straordinaria». Trump ha inoltre criticato la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di annullare i precedenti dazi di ritorsione, definendola «molto sfortunata».
Aggiungendo però che «la buona notizia è che quasi tutti i Paesi e le aziende vogliono mantenere l’accordo già raggiunto, sapendo che il potere legale che io, come presidente, ho per fare un nuovo accordo potrebbe essere per loro molto peggiore. E quindi continueranno a lavorare lungo lo stesso percorso di successo che avevamo negoziato prima dell’intervento sfortunato della Corte Suprema».
Trump ha anche ribadito la sua convinzione di aver «risolto guerre», sostenendo che vi fosse una «minaccia di dazi» nei confronti di quei Paesi: «Nonostante la sentenza, questi potenti Paesi stanno contribuendo a salvare il nostro Paese con il denaro che stiamo incassando. Molte delle guerre che ho risolto sono state protette dalla pace grazie alla minaccia dei dazi. Non sarei stato in grado di risolverle senza. Rimarranno in vigore sotto statuti legali alternativi pienamente approvati e testati. E sono stati testati per molto tempo».
Nel giro di un anno, Trump ha smantellato il precedente ordine globale e ha utilizzato l’enorme potere economico degli Stati Uniti per punire i Paesi che non accettano accordi commerciali sbilanciati e per ottenere importanti concessioni da quelli che li accettano. Il 2 aprile il presidente ha annunciato dazi «reciproci» fino al 50% sulle importazioni dai Paesi con cui gli Stati Uniti registrano un deficit commerciale e un’aliquota «di base» del 10% su quasi tutti gli altri. Ha invocato una legge del 1977 per dichiarare il deficit commerciale un’emergenza nazionale che giustificava l’imposizione delle tariffe.
L’annuncio ha però provocato una reazione negativa e quindi Trump ha sospeso i dazi reciproci per 90 giorni per consentire ai Paesi di negoziare. Alcuni hanno poi accettato le richieste di Trump. Quelli che non lo hanno fatto sono stati colpiti più duramente dalle tariffe.
Tuttavia, la recente decisione 6 a 3 della Corte Suprema ha inflitto a Trump una notevole sconfitta. Il presidente, irritato, ha firmato a stretto giro un nuovo ordine che introduce dazi del 10% (a salire al 15%) sulle importazioni da tutto il mondo. Le nuove tariffe rientreranno in una legge che ne limita la durata a 150 giorni. (riproduzione riservata)