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Trump e il tetto alle carte di credito che scuote Wall Street. Chi vince e chi perde davvero?

di Giusy Iorlano
15 gennaio 2026, 18:40 Ultimo aggiornamento: 18:50

Alessio Garzone, Portfolio Manager di Gamma Capital Markets, avverte: «Il tetto del 10% sui tassi delle carte di credito proposto dal presidente Usa crea pressione sui mercati e rischia di escludere i consumatori più fragili»

Il post pubblicato da Donald Trump su Truth Social, venerdì 9 gennaio a mercati chiusi, con l’ipotesi di introdurre un tetto del 10% ai tassi di interesse sulle carte di credito per un anno, è bastato a innescare una forte reazione sui mercati finanziari. Nessun decreto, nessuna proposta di legge formale, ma un segnale politico che ha immediatamente riacceso il tema del rischio regolatorio su uno dei segmenti più redditizi del sistema bancario statunitense.

«Questa proposta non è oggi operativa. Per diventare realtà servirebbe un passaggio legislativo al Congresso, oppure un’interpretazione molto aggressiva dei poteri esecutivi, che molti giuristi ritengono difficilmente sostenibile», spiega Alessio Garzone, portfolio manager di Gamma Capital Markets. «Ma il mercato non ha aspettato chiarimenti. Il settore delle carte di credito e le grandi banche - che controllano la maggior parte del credito revolving negli Stati Uniti - hanno reagito come se il rischio regolatorio fosse improvvisamente già legge. È giusto, funziona così nei mercati finanziari, semplicemente perché l’idea stessa di un price cap è entrata nel dibattito politico. E quando succede, gli investitori iniziano a farsi domande» aggiunge il manager.

Secondo Garzone, l’annuncio va letto anche alla luce dello stile negoziale di Trump: «il 10% potrebbe non essere il punto di arrivo, bensì il punto di partenza. È possibile che il risultato finale  - se mai arriverà - sia un intervento più limitato, una pressione informale sul settore, oppure nulla di concreto sul fronte dei tassi, ma qualcosa d’altro su commissioni, pratiche commerciali o protezione dei consumatori. Come spesso accade, lo capiremo solo tra qualche settimana, quando la polvere mediatica inizierà a depositarsi».

Il vero nodo: offerta di credito

Il punto centrale, sottolinea Garzone, non è tanto il costo del debito quanto la sua disponibilità. «Storicamente, quando il prezzo non può più riflettere il rischio, gli intermediari reagiscono riducendo le quantità: meno carte, limiti più bassi, criteri più rigidi».

È per questo che Wall Street ha reagito come se la misura fosse già legge. I titoli più esposti al credito revolving sono stati i più penalizzati: Capital One (-9,48%)Affirm (-6,91%) e American Express (AXP -6,51%) hanno guidato i ribassi. Le reti Visa (V -6,85%) e Mastercard (-6,08%), scendono quasi quanto AXP anche se non guadagnano dagli interessi. In effetti qui si prezza soprattutto il ‘secondo ordine’, cioè meno linee di credito significa meno volumi di spesa. Le grandi banche diversificate (qui Citi -3,56% e US Bancorp -2,67%) reggono meglio, non perché siano immuni, ma perché hanno più leve per assorbire il colpo.

Perché le carte costano il 22–23%

I tassi medi sulle carte di credito, oggi intorno al 22–23%, non sono frutto di abusi improvvisi. «Dentro l’APR di una carta convivono almeno quattro componenti strutturali: costo del finanziamento, perdite su credito, costi operativi e programmi fedeltà», spiega Garzone. «Messi insieme, questi fattori spiegano perché l’APR medio sia salito anche mentre altri prodotti di credito si sono stabilizzati. I might be wrong, but il punto chiave è che il mercato delle carte è un equilibrio delicato tra prezzo, rischio e accesso».

Secondo le simulazioni, un tetto al 10% renderebbe economicamente non sostenibile una parte rilevante del credito revolving. «E quando un prodotto diventa strutturalmente in perdita, il problema non è quanto costa. È se continua a esistere».

Chi vince e chi perde

L’effetto redistributivo sarebbe tutt’altro che neutrale. Un tetto ai tassi aiuta chi ha già un buon credit score e redditi stabili, che resterebbe nel sistema pagando meno interessi. «Chi è più solido resta nel sistema, magari pagando meno interessi. Chi è più fragile viene spinto fuori. Ed è proprio qui che la questione smette di essere solo finanziaria e diventa strutturale», sottolinea Garzone.

È qui che il tema diventa macroeconomico. Il debito revolving è concentrato nelle fasce di reddito medio-basse ed è spesso «un cuscinetto di liquidità». Ridurre l’accesso al credito significa comprimere la spesa, «prima discrezionale e poi anche essenziale».

Non tutte le società sono uguali

Il sell-off, secondo Garzone, ha comunque operato una distinzione corretta tra modelli di business. American Express «è più difendibile».

Diverso il caso di Visa e Mastercard. «Non prestano denaro e non incassano interessi. Non prestano denaro. Non incassano interessi. Il loro business è legato ai volumi di pagamento, non agli APR. Il motivo per cui sono scese quasi quanto AXP è che giustamente il mercato sta prezzando il rischio che la Casa Bianca abbia messo l’intero ecosistema dei pagamenti nel mirino. È un rischio di ‘secondo ordine’».

Il messaggio per gli investitori

«Il punto non è se il tetto al 10% diventerà legge, ma il fatto che il rischio regolatorio sia entrato nel prezzo», conclude Garzone. Quando la politica mette il naso nel pricing, i modelli più dipendenti dal credito ad alto APR diventano strutturalmente fragili. E, paradossalmente, una misura pensata come pro-consumatore «rischia di accentuare la K-shaped economy», chi è già dentro beneficia, chi è più fragile resta fuori: «I consumatori prime continuano ad avere accesso (magari a condizioni migliori), mentre i subprime rischiano di essere esclusi del tutto», conclude Garzone

In altre parole, più che una riforma imminente, il messaggio di Trump ha aperto un fronte politico che i mercati non possono ignorare. (riproduzione riservata)



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