Il fattore principale che ha condizionato l’andamento dei mercati finanziari negli ultimi mesi è certamente legato all’evoluzione dell’indice dei prezzi al consumo e alla conseguente reazione delle banche centrali. In Europa, il rialzo delle attese d’inflazione e dei rendimenti governativi è stato certamente più moderato rispetto agli Stati Uniti, anche se non trascurabile. Molti analisti hanno ricondotto tale scostamento tra le dinamiche dei prezzi nei due Paesi a diverse componenti, dalle politiche monetarie (simili ma differenti, con la Fed che sembra più improntata a lanciare per prima il tanto famigerato tapering), al contesto macroeconomico (gli Usa si stanno riprendendo più velocemente dell’Europa), passando per altri fattori meramente tecnici, come il rapporto tra domanda e offerta.
“Dopo il crollo nel 2020, i prezzi sono tornati a salire quest’anno, con un dato aggregato dell’1,6% per l’area dell’euro e del 2,1% per la Germania”, evidenzia Paolo Mauri Brusa, gestore del team multi asset Italia di Gam. Il movimento sulle curve euro è stato scaturito dalle aspettative di inflazione più elevate del previsto, anche se la reazione dei tassi è stata abbastanza composta fino ad ora, quantomeno per il Bund. “Il decennale tedesco”, evidenzia il gestore, “resta infatti in territorio negativo, -21 punti base circa, dai minimi di -64 punti base toccato a dicembre”.
“Da un lato”, prosegue Brusa, “la retorica delle due maggiori banche centrali afferma con assoluta certezza che l’attuale trend è transitorio e che, in forza di questo, non ci saranno modifiche a breve delle attuali politiche monetarie". È proprio di questi giorni la dichiarazione di Fabio Panetta, membro del Board della Bce, sul fatto che sia assolutamente prematuro parlare di tapering e che, stante l’attuale situazione economica, il Pepp continuerà senza interruzioni almeno fino a marzo del 2022. "D’altro canto, uno degli effetti “collaterali” del Qe è la riduzione del flottante sul Bund disponibile per gli investitori privati. Banche centrali e fondi sovrani hanno ridotto questa disponibilità al 20% dello stock totale alla fine del 2020. Se a questo si aggiunge quanto detenuto dalle banche commerciali tedesche, il flottante si riduce a un misero 10%", evidenzia il gestore, che sottolinea come tale percentuale era al 60% nel 2004 ed è rimasta oltre il 45% fino all’inizio del 2015, quando è iniziato il Qe.
Secondo Brusa, la scarsità di “carta” influisce fortemente sul livello dei rendimenti, rendendo la curva tedesca meno reattiva rispetto, ad esempio, a quella americana. Questo, a sua volta, limiterebbe la risalita pur in presenza di aspettative d’inflazione crescenti. Questa “inelasticità” è, inoltre, sicuramente amplificata dalla percepita transitorietà dell’attuale spinta inflattiva. Tuttavia, cosa succederebbe se il concetto di “transitorio”, per propria natura soggettivo, si dovesse protrarre per un paio d’anni, come ad esempio avvenuto dopo il 2011?
“Se è vero che la Bundesbank difficilmente diventerà venditrice di Bund, lo stesso non si può dire per tutti gli altri investitori istituzionali, in particolare quelli internazionali”, sottolinea il gestore. Attualmente, banche centrali e fondi sovrani stranieri detengono oltre 900 miliardi di euro di Bund, ma tra il 2014 e il 2016 avevano ridotto il loro stock di ben 150 miliardi, salvo poi ricostituire le loro posizioni negli anni successivi. Per questo, “è probabile che tale dinamica possa riproporsi, con evidenti conseguenze sia sulla curva tedesca che, a cascata, su tutte le altre curve dell’area euro”, conclude il gestore di Gam. (riproduzione riservata)