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Treasury Usa sempre più cari dei Btp: gli investitori esteri fanno incetta di titoli di Stato italiani
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Treasury Usa sempre più cari dei Btp: gli investitori esteri fanno incetta di titoli di Stato italiani

15 luglio 2025, 12:21 Ultimo aggiornamento: 18:56

Non si è allentata la tensione sui titoli di Stato americani: pesano tre fattori. Ad aprile il controvalore dei titoli di Stato italiani detenuti dagli investitori esteri sale a 818,438 miliardi

Non si è allentata la tensione sui titoli di Stato americani. Il rendimento del decennale Usa, che il 14 luglio ha toccato il 4,42%, avvicinandosi al massimo di maggio al 4,6%, è salito ieri al 4,48%, mentre quello del 30 anni è balzato al 5,013% (5,15% il 22 maggio). I Treasury Usa si confermano più cari di quelli italiani con il rendimento del Btp 10 anni al 3,6% e quello del 30 anni al 4,46% (spread con il Bund pressoché stabile a 88,5 punti base e indice Ftse Mib sotto quota 40.000 in chiusura, -0,66% a 39.921 punti, a causa delle vendite sui titoli bancari, in particolare su Bper e Banco Bpm che hanno perso oltre il 2%).

Gli investitori esteri fanno incetta di titoli di Stato italiani

L’appetito degli investitori esteri per il debito italiano non è venuto meno. Infatti, secondo i dati pubblicati da Banca d'Italia e contenuti nel documento «Finanza pubblica, fabbisogno e debito», ad aprile il controvalore dei titoli di Stato detenuti dagli investitori esteri è salito a 818,438 miliardi di euro dai 798,692 miliardi del mese precedente. Sempre ad aprile, anche il controvalore dei titoli di Stato in mano al retail è cresciuto a 389,297 miliardi dai 387,253 di marzo. In base a calcoli Reuters sui dati di Via Nazionale, la quota detenuta dagli investitori esteri è salita al 32,04% e quella in mano a famiglie e imprese non finanziarie al 15,23%.

A dimostrazione dell’ottimo lavoro del governo Meloni, dopo tre mesi consecutivi di rialzi, a maggio il debito pubblico dell'Italia è sceso di 10 miliardi di euro rispetto al mese precedente a quota 3.053,5 miliardi dai 3.063,453 di aprile. 

Tre motivi alla base della pressione sui Treasury

Tornando al movimento dei T-bond, è legato non solo alla guerra commerciale in corso con Donald Trump che ha minacciato dazi al 30% sull’Ue a partire dal 1° agosto, ma anche al destino del presidente della Fed Jerome Powell.

Infatti, Trump è tornato a chiedere le dimissioni di Powell e tassi sotto all'1%, mentre la sua amministrazione sta spulciando i conti dei lavori di ristrutturazione del quartier generale della banca centrale a Washington, alla ricerca di irregolarità sui costi esecuzione.

Il consigliere economico della Casa Bianca, Kevin Hassett, ha detto che la Fed «ha pesanti responsabilità» per lo sforamento di 700 milioni di dollari nelle spese e che questa potrebbe essere, in assenza di risposte concrete dalla banca centrale, una giusta causa per il licenziamento del governatore della Fed.

I timori su una sua potenziale uscita anticipata, il cui mandato termina a maggio prossimo, ha spinto il 14 luglio il rendimento del 30 anni Usa sui massimi da 5 settimane, al 4,97% appunto. Se gli investitori percepissero che l'indipendenza della Fed è effettivamente a rischio, potrebbe innescarsi un sell-off sui Treasury, secondo i trader, in particolare sulla parte lunga della curva.

Con l'indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti aumentato dello 0,3% su base mensile a giugno, portando il tasso di inflazione a 12 mesi al 2,7%, in linea con il consenso degli economisti, i mercati escludono quasi completamente un taglio dei tassi di interesse (al 4,25%-4,50%) da parte della Fed a luglio, mentre scontano questa eventualità al 60% a settembre.

A tutto questo va sommato l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi (il decennale all’1,57%), in seguito alla preoccupazione che le prossime elezioni possano aprire la strada a un aumento della spesa fiscale. Questo ha portato a una pressione al rialzo sui costi di indebitamento altrove, secondo Danske Bank. 

Mentre in Eurozona i dati sopra le attese della produzione industriale a maggio (+1,7 mese su mese e +3,7% anno su anno) e dell'indice Zew sul sentiment economico in Germania (a 52,7 punti a luglio dai 47,5 di giugno) rafforzano la posizione della Bce di mantenere i tassi fermi alla riunione della prossima settimana. Anche perché, secondo alcuni policymaker di Francoforte, che hanno parlato in esclusiva a Reuters, l'alto livello (30%) di dazi minacciato da Trump sta complicando il processo decisionale della Banca Centrale Europea. Piuttosto è probabile che qualsiasi discussione su un ulteriore taglio dei tassi venga rimandata a settembre. (riproduzione riservata)



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