Cinque anni fa su questo giornale ebbi modo di descrivere l’impatto che l’introduzione del principio contabile Ifrs9 aveva avuto sui bilanci 2019 delle banche italiane. Evidenziando come le modifiche introdotte, che chiedevano di contabilizzare l’effetto attualizzazione relativo ai crediti non performing tra gli interessi attivi, inducevano a considerare il risultato netto della gestione finanziaria sempre di più come il livello di ricavi effettivi da prendere a riferimento per l’attività bancaria, in sostituzione del margine di intermediazione, che diventava una grandezza non del tutto appropriata.
In pratica, si sosteneva che fosse più opportuno misurare il primo margine industriale in termini di redditività generata, calcolandolo al netto del costo del rischio di credito; ciò anche al fine di equiparare situazioni aziendali caratterizzate da differenti livelli di interest margin, ma anche di qualità del portafoglio creditizio.
Corollario di questa tesi era che: a) il cost/income dovesse essere calcolato rapportando gli oneri operativi al suddetto risultato e non al margine di intermediazione; b) così facendo, fosse possibile individuare l’ebitda margin dell’industria bancaria, isolando il suo complemento a 100.
In quella sede, applicando questi concetti ai bilanci 2019 delle principali banche italiane, emergeva che solo Intesa Sanpaolo esprimeva un ebitda margin significativo, pari al 42%, seguita da Unicredit al 36%, Banco Bpm al 26% e Mps e Bper prossime al 10%. Tali livelli evidenziavano un sistema bancario italiano con performance molto disperse (tra la migliore e la peggiore c’erano ben 32 punti percentuali di differenza in termini di margine trattenuto) e con fragilità strutturali che interessavano ancora alcune banche.
A distanza di cinque anni e probabilmente al punto più alto del ciclo positivo in termini di risultati da parte delle banche italiane, aggiornando queste riflessioni in base ai bilanci 2024 emergono spunti interessanti. Innanzitutto, il nuovo campione di redditività risulta essere Unicredit, con un ebitda margin del 61%; Intesa Sanpaolo ha migliorato ulteriormente il proprio margine portandolo al 55%, Banco Bpm e Mps sono appaiate a circa il 50% e Bper si attesta al 42%. Si è quindi notevolmente innalzato l’ebitda margin medio, ridotta la dispersione tra la migliore e la peggiore a soli 19 punti percentuali e la banca che nel 2024 esprime il valore di ebitda margin più basso, ha comunque una performance pari alla migliore del 2019.
Proseguendo nell’analisi, volendo identificare la banca che in termini assoluti presenta la performance complessiva migliore, si ottengono altre sorprese. In questo caso, si può prendere in considerazione un altro indicatore, certamente grossolano ma di facile ed immediata determinazione, che cerca di legare la performance reddituale con il posizionamento in termini di solidità patrimoniale e qualità dell’attivo; una sorta di «performance score» (ps) in termini di ritorno sui rischi assunti, ottenuto attraverso la moltiplicazione del Roe per il Cet1 al netto del npl ratio.
Il risultato è per certi versi sorprendente, perché al primo posto c’è Mps, ultima della classe solo cinque anni fa e protagonista di un’azione di risanamento e di miglioramento della performance che l’ha portata a un performance score del 2,8%, seguita da Unicredit al 2,6%, Bper e Banco Bpm, rispettivamente, con 2,5% e 2,1% e, incredibilmente, da Intesa Sanpaolo, con 1,8%, per effetto di un Roe più basso dei peers.
Correggendo ulteriormente questo indice per tenere conto del grado di leva operativa che caratterizza le singole banche e che quindi consente di assorbire meglio eventuali perdite su crediti o riduzioni dei ricavi inattese, in sostanza di esprimere una performance corretta per il rischio ma caratterizzata anche da resilienza, al primo posto risale Unicredit, che beneficia di un cost/income tra i più bassi a livello europeo, seguito da Mps. Intesa Sanpaolo migliora la sua performance e si riposiziona in linea con Bper e Banco Bpm. (riproduzione riservata)