Thonet e il Bauhaus, quando una bicicletta ispirò la sedia più iconica del ’900
Thonet celebra 100 anni di intelligenza dell’acciaio e la sua leggerezza. Dal primo sgabello B9 di Marcel Breuer alle riletture contemporanee di Jil Sander e Frank Rettenbacher, il tubolare continua a raccontare una stessa idea di modernità: funzionale, democratica, infinitamente elegante
Cento anni fa, a Dessau, l’acciaio cominciò a respirare. Fino ad allora era stato relegato a ruoli tecnici, a ossature di ponti e biciclette, al linguaggio severo delle fabbriche. Poi Marcel Breuer, osservando il manubrio della sua Adler, capì che quella curva lucente poteva diventare una linea d’arredo. Il risultato fu il B9, uno sgabello per la mensa del Bauhaus: l’inizio di un’estetica nuova, un’architettura per oggetti che ridefiniva la leggerezza dello spazio domestico.

Nel 1925 il Bauhaus si trasferì da Weimar a Dessau, portando con sé l’energia febbrile di un laboratorio che cercava il futuro. Lì, Breuer e Mart Stam iniziarono a sperimentare il tubolare d’acciaio in collaborazione con la Junkers, la stessa azienda che costruiva aeroplani. Il materiale non era nuovo, i fratelli Mannesmann lo avevano brevettato nel 1885, ma lo sguardo sì: non più freddezza industriale, ma un’idea di trasparenza. I mobili, diceva Breuer, «non sono più pesanti, monumentali, ma ariosi, aperti, disegnati dentro lo spazio».

Thonet, che già nel XIX secolo aveva piegato il legno curvato alla volontà del design, colse subito la potenzialità del nuovo linguaggio. Nel 1928 firmò con Breuer un contratto che sancì la nascita di una stagione straordinaria: dalle sedie cantilever S 32 e S 64 ai tavoli B 9 e B 97, fino allo scrittoio B 285, il primo con telaio realizzato da un unico tubo senza saldature. Erano mobili razionali, democratici e belli, l’espressione fisica di un’utopia.

Il 1929 vide la pubblicazione del primo catalogo Thonet interamente dedicato ai mobili in tubolare d’acciaio: un manifesto di modernità che sanciva la fine del legno come simbolo borghese. Per la prima volta, il mobile non imponeva il suo volume, ma suggeriva un ritmo. Ogni curva era un gesto di libertà progettuale.

Oggi, a un secolo di distanza, il Bauhaus non è solo un ricordo museale ma un principio ancora operativo. La Fondazione Bauhaus Dessau celebra il suo centenario con il programma To the Core, un’indagine sui materiali che hanno definito l’idea moderna di abitare. Tra questi, il tubolare d’acciaio resta il più eloquente: un simbolo di rigore che ha saputo evolvere senza perdere grazia.

Thonet ne è ancora il custode più coerente. I classici di Breuer continuano a essere prodotti a Frankenberg, ma l’azienda non smette di rileggere la propria eredità. Lo fa con la collezione JS . Thonet, in cui Jil Sander, figlia di quella Germania postbellica che ricostruiva sé stessa anche attraverso il design, riveste i modelli storici con finiture in nickel silver e titanio lucido. Due tonalità che riflettono il nostro tempo: più consapevole, più silenzioso, ma ancora affascinato dall’essenzialità.

Oppure con la S 243 di Frank Rettenbacher, che intreccia acciaio e legno in una struttura fluida e colorata. È un gesto contemporaneo che mantiene intatto lo spirito del Bauhaus: unire funzionalità, bellezza e accessibilità.

Nel 2024 Thonet ha ricevuto il German Ecodesign Award per il modello 214, la sedia in paglia di Vienna che da oltre un secolo incarna il concetto di timeless design. Un riconoscimento che chiude il cerchio: da Michael Thonet a Marcel Breuer, da Dessau a oggi, il design non è mai stato solo una questione di forma, ma di responsabilità. E di ingegno.

Forse è questo l’insegnamento più duraturo del Bauhaus. Ogni materiale, ogni curva d’acciaio, ogni scelta produttiva racconta un’idea di mondo. E se oggi ci sembra naturale abitare in spazi aperti, lineari, liberi da orpelli, lo dobbiamo anche a quel momento preciso, quando, un secolo fa, un giovane designer guardò la sua bicicletta e vide nel metallo la promessa di una nuova civiltà visiva. (Riproduzione riservata)
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