Le azioni statunitensi hanno perso terreno dopo che il presidente, Donald Trump, ha minacciato di imporre dazi aggiuntivi del 100% su tutte le importazioni dalla Cina a partire dal 1° novembre. L’ultima offensiva tariffaria del tycoon è stata una risposta alle nuove severe restrizioni imposte dalla Cina sulle esportazioni di terre rare. Le relazioni diplomatiche si sono ulteriormente inasprite dopo che The Donald ha escluso la necessità di un incontro con il presidente, Xi Jinping, previsto per la fine di questo mese.
Nel frattempo, lo shutdown del governo statunitense entra nella sua terza settimana, con 750 mila dipendenti federali in congedo forzato e una scadenza imminente, il 15 ottobre, per i pagamenti militari degli Stati Uniti. Per Andrea Delitala, Head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management, lo shutdown governativo di inizio ottobre potrà sottrarre qualche decimale di crescita nel terzo trimestre, ma l’effetto dovrebbe essere riassorbito nel quarto o all’inizio del prossimo anno. Il dato definitivo del pil Usa del secondo trimestre si è attestato al 3,8% annualizzato, ben oltre le attese degli economisti.
Tuttavia, avverte Delitala, rimane da capire se l’economia americana abbia già assorbito, meglio del previsto, l’effetto stagflattivo dei dazi oppure se le conseguenze negative, in termini di crescita e inflazione, debbano ancora manifestarsi. Gli economisti hanno migliorato le loro previsioni: il consenso per il 2025 è ora intorno all’1,8% per la crescita e al 2,8% per l’inflazione, con una revisione di mezzo punto rispetto al mese di maggio. «Anche le nostre stime sono state migliorate, ma restiamo cauti: il rischio che l’inflazione resti in area 3% in un contesto di ripresa economica e stimolo fiscale rimane concreto», prosegue Delitala.
Uno degli obiettivi impliciti della cosiddetta Trumpnomics è rafforzare la competitività dell’industria americana tramite un indebolimento delle ragioni di scambio, ossia del rapporto tra prezzi dell’import e dell’export. I dazi dell'amministrazione Trump, già in grado di incidere sui prezzi fino al 10-18%, unite a un dollaro più debole, vanno nella stessa direzione, rendendo più convenienti le esportazioni statunitensi.
Tuttavia, sottolinea ancora Delitala, questo approccio rischia di compromettere la fiducia nei confronti della Fed e di aumentare l’incertezza sui mercati obbligazionari. «Riteniamo, quindi, probabile un progressivo indebolimento del dollaro verso l’area a 1,25 contro l’euro nel 2026, al di là del rimbalzo tattico che potrebbe riportarlo temporaneamente verso 1,15. La nostra esposizione alla valuta americana rimane strategicamente ridotta rispetto alla media storica, in alcuni periodi anche azzerata, a favore dell’oro – direttamente o attraverso società minerarie - e di una diversificazione valutaria più contenuta rispetto all’euro, che resta la nostra valuta di riferimento», precisa l’Head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management.
Invece, in Europa la Francia ha riconfermato Sébastien Lecornu come primo ministro, puntando a una legge di bilancio 2026 con un obiettivo di deficit di poco inferiore al 5%. E il Giappone ha rinviato fino ad almeno il 20 ottobre la sua sessione parlamentare per l’elezione del nuovo primo ministro, dopo le tensioni interne alla coalizione, ricorda César Pérez Ruiz, Head of Investments & Cio di Pictet Wealth Management. Non meno importante in Medio Oriente, Israele e Hamas hanno raggiunto un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, ponendo fine a un conflitto di due anni a Gaza.
Tuttavia, l’escalation delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina e lo shutdown dell’amministrazione federale statunitense in corso continueranno a guidare la volatilità, secondo Ruiz che raccomanda di mantenere un’esposizione verso asset reali come l’oro e l’argento, che hanno raggiunto massimi record, rispettivamente, a 4.179,70 dollari l’oncia e a 53,54 dollari l’oncia.
In campo azionario, nonostante le valutazioni ancora elevate, con il mercato statunitense scambiato a 23 volte gli utili a 12 mesi, i risultati delle società restano solidi, con una crescita prevista degli utili intorno all’8%. Quindi «continuiamo a privilegiare i settori tecnologico e finanziario, sostenuti dal ciclo dell’intelligenza artificiale e da margini ancora robusti», suggerisce Delitala, spiegando che gli investimenti legati all’AI, pur concentrati e di grande portata, non mostrano ancora i tratti di una bolla speculativa: «mancano, infatti, gli eccessi tipici di fasi finali di ciclo, come un’ondata di Ipo o un boom di acquisizioni, che potrebbero, invece, manifestarsi nel 2026».
Sull’azionario europeo l’esperto mantiene un posizionamento neutrale, «ma potremmo diventare più costruttivi una volta che la Francia avrà superato la fase di incertezza politica. Abbiamo, invece, incrementato il peso dei mercati emergenti, sia lato azionario che obbligazionario, sostenuti da valutazioni più interessanti e da una crescita economica in progressivo consolidamento».
A proposito di mercato obbligazionario Ruiz è sottopesato sui bond high yield. «Il debito collegato all’AI rappresenta ora la quota più ampia del mercato investment grade statunitense, pari al 12%. Ciò avviene dopo che Open AI ha ricevuto finanziamenti per 1 trilione di dollari da diverse imprese tecnologiche», conclude l’esperto di Pictet Wealth Management.
Mentre Delitala continua a privilegiare le obbligazioni europee e, appunto, emergenti rispetto a quelli statunitensi, mantenendo una duration inferiore alla media dopo i forti guadagni estivi che hanno portato il rendimento del Treasury Usa decennale al 4% circa. (riproduzione riservata)