La Bce taglia i tassi dello 0,25% per la sesta volta da giugno, portandoli così al 2,5%. Per Francoforte si tratta dell’ultima sforbiciata con il pilota automatico, mentre da aprile la discussione nel consiglio direttivo sarà più accesa.
La riduzione dei tassi di 150 punti base da giugno rende ora la politica monetaria «significativamente meno restrittiva», ha precisato la Bce, che ha così minore spazio per ulteriori tagli, in un contesto di incertezza crescente legata a dazi, spese per la difesa e andamento dei mercati.
Di conseguenza la presidente Christine Lagarde ha detto ieri che la Bce sarà «più che mai» dipendente dai dati. Lagarde non si è sbilanciata sulla «direzione» dei tassi che invece a gennaio era stata definita «chiara», cioè diretta verso ulteriori riduzioni.
Riguardo alla prossima riunione di aprile, la presidente Bce ha detto soltanto: «Se i dati diranno di tagliare, taglieremo, altrimenti faremo una pausa». La banca centrale, ha aggiunto, sarà «vigile e agile» nella risposta ai prossimi dati macro e all’evoluzione dello scenario geopolitico globale.
I mercati monetari considerano probabile all’80% un taglio ad aprile, mentre ritenevano sicure altre due sforbiciate in totale quest’anno fino ad arrivare a un tasso finale del 2%. L’evoluzione dei tassi nei prossimi mesi sarà legata innanzitutto ai dazi Usa di Donald Trump che avranno un impatto negativo sulla crescita. Un’eventuale ritorsione dell’Europa però farebbe salire l’inflazione.
In questo quadro restano da verificare i programmi di spesa su difesa e infrastrutture dei governi Ue. Il piano tedesco di Friedrich Merz avrà un impatto positivo, ma non immediato, sul pil europeo. Il connesso aumento dei tassi di mercato (ieri quelli italiani a dieci anni hanno raggiunto il 4%) intanto frena la ripresa. Gli investimenti degli altri Stati restano vincolati dai conti pubblici, senza benefici rilevanti dai piani Ue. L’incertezza anche su questo fronte è alta.
Intanto la Bce ha ridotto un’altra volta le attese di crescita: il pil dell’Eurozona, secondo le nuove proiezioni, salirà dello 0,9% quest’anno (rispetto all’1,1% indicato a dicembre) e dell’1,2% l’anno prossimo (invece dell’1,4%). Le revisioni riflettono il calo delle esportazioni e la debolezza degli investimenti. La Bce continua a credere nella ripresa per effetto dell’aumento dei redditi reali e per i tagli dei tassi, ma i rischi sulla crescita sono ancora «al ribasso».
Riguardo all’inflazione, Francoforte ha alzato le proiezioni per quest’anno al 2,3% (dal precedente 2,1%), ma il rialzo è legato all’aumento dei prezzi dell’energia registrato nell’ultima data di misurazione da parte dello staff Bce. In base a quei valori, il target di inflazione del 2% sarebbe raggiunto a inizio 2026, quindi non più nel 2025. Ma nel frattempo il costo di petrolio e gas è diminuito, rendendo di fatto già superate le proiezioni Bce, come ha fatto capire anche Lagarde.
Per la banca centrale la disinflazione resta «ben avviata», come indicato anche dall’inflazione di fondo. Il carovita rimane «elevato» a livello domestico perché i salari e i prezzi in alcuni settori si stanno ancora adeguando «con notevole ritardo» alla passata impennata dell’inflazione. Tuttavia, la crescita dei salari si sta moderando.
La decisione sui tassi di ieri è stata raggiunta con la sola astensione del falco austriaco Robert Holzmann. Gli economisti di mercato ritengono che, nonostante le crescenti divergenze di opinione nel consiglio direttivo da aprile, i tagli andranno avanti. Pictet ha mantenuto la previsione di un tasso finale del 2%, con altre due riduzioni dello 0,25% ad aprile e giugno. Per Bofa «i dati costringeranno in ultima analisi la Bce a tagliare fino all’1,5%, ma i rischi di una pausa sono aumentati». Secondo Citi Francoforte ridurrà i tassi «non solo ad aprile, ma anche dopo». (riproduzione riservata)