Il primo reattore Smr arriverà tra 10 anni, a condizione che la legge delega sul nucleare venga approvata entro questa legislatura. Se l’iter slitta, si riparte da zero. Non vede alternative Stefano Monti, presidente dell’Ain (Associazione Italiana Nucleare) e dell’European Nuclear Society, guardando all’unica tabella di marcia possibile per riaprire la stagione dell’atomo in Italia.
Domanda. Monti, quindi la data più realistica è il 2035?
Risposta. Sì, volendo concentrarsi solo su un primo Small Modular Reactor ad acqua, e solo se si parte davvero. Nei Paesi newcomer serve un decennio per arrivare alla connessione. Il cronometro in Italia partirà con la legge delega, ci si augura a inizio 2026, e col rilascio dei decreti attuativi. Fino ad allora, parlare di date crea aspettative errate.
D. Una roadmap di massima?
R. Se tutte le caselle autorizzative e regolatorie andranno a posto, Smr ad acqua nel 2035, Smr a piombo nel 2040, e la fusione oltre il 2045.
D. Quali sono i prossimi passi per restare nei tempi?
R. Col via libera alla legge delega, toccherà ai decreti attuativi definire regole, licensing, requisiti di sicurezza e governance pubblico-privato. Sono i passaggi chiave al pari della comunicazione e del coinvolgimento degli stakeholder, tema principale della nostra giornata Ain.
D. Nuclitalia, la newco a guida Enel con Ansaldo Energia e Leonardo, sta individuando le tecnologie di riferimento.
R. La decisione finale è loro, la società è nata apposta per gli studi di fattibilità. Il lavoro si concentra sugli Smr III+ raffreddati ad acqua. Serve un assessment che valuti maturità tecnologica, costi, disponibilità e anche fattori geopolitici per individuare il partner tecnologico. L’Italia non partirà da zero, va selezionata una tecnologia esistente.
D. Allora la rosa dei partner esteri si restringe.
R. La scelta sarà di Nuclitalia, ma le opzioni concrete sono poche: Usa, Francia e Uk. Il riferimento più avanzato è il Bwrx-300 di General Electric-Hitachi, l’unico Smr occidentale oggi in costruzione, in Canada. Con la Francia la cooperazione è avanzata, ci sono accordi con Edf e l’associazione industriale Gifen, oltre a incontri B2B per le forniture. Nel Regno Unito resta una candidatura rilevante lo Smr di Rolls-Royce. Poi esistono altre tecnologie Smr made in Usa in via di valutazione.
D. L’Italia ha già una sua filiera. Quanto vale?
R. Potrà sorprendere, ma siamo la seconda manifattura nucleare europea, con 70-100 aziende qualificate e un giro d’affari di mezzo miliardo di euro all’estero. Agganciando i progetti internazionali e costruendo una supply chain europea integrata, le imprese italiane possono rientrare a pieno titolo nel mercato. Alcune, come Ansaldo Nucleare, ci sono già a pieno titolo.
D. Intanto cresce la domanda di energia, gli Smr serviranno anche per i data center?
R. In prospettiva sì. Ma potrebbero non bastare, bisognerebbe fare un altro passo avanti e convincersi che non sono le dimensioni ridotte a garantire la sicurezza. Oggi anche i reattori più grandi hanno standard elevatissimi. (riproduzione riservata)