Scontenta tutti la miniproroga del Superbonus 110 (decreto-legge 29 dicembre 2023, n. 212) varata dal governo lo scorso 29 dicembre. Per la semplice ragione che funziona solo in pochissimi casi, e in più genera ulteriore confusione (e sfiducia) sui bonus casa futuri che dovranno accompagnare e sostenere le famiglie italiane nella cosiddetta transizione energetica, auspicata da tutti e comunque dettata da Bruxelles. Della questione del contendere si è parlato molto: a causa del forte impatto del Superbonus 110 sui conti dello Stato in termini di mancati introiti fiscali, negli anni si sono susseguite continue modifiche alla norma, ma soprattutto a un certo punto il governo ha cancellato la possibilità di usufruire della cessione del credito, la misura che consentiva ai proprietari di casa di procedere ai costosi lavori senza dover anticipare le somme necessarie, per poi recuperarle nei cinque anni successivi. In questo modo i costi da affrontare sono diventati quasi proibitivi per i meno abbienti che non dispongono del contante da anticipare o di un’adeguata capienza fiscale.
Da qui la protesta delle associazioni di tutta la filiera edilizia in rappresentanza delle oltre 500 mila famiglie rimaste a metà del guado, e le proroghe concesse dal governo, fino all’ultima con scadenza al 31 dicembre scorso, non sufficienti tuttavia a garantire a tutti il completamento dei lavori. Chi non ce l’ha fatta dovrà affrontare i lavori rimanenti con una detrazione solo del 70%, senza cessione del credito, e soprattutto con il rischio di apertura di una marea di contenziosi contro le imprese edili incaricate dei lavori. «E questo nonostante quasi tutti siano partiti per tempo», spiega Manuel Castoldi, presidente di Rete Irene, network di imprese specializzate nel rinnovamento energetico, «ma si sono scontrati con difficoltà di tutti i tipi, dall'exploit dei prezzi dei materiali da costruzione ai frequenti cambi di normativa, 67 in due anni, allo stop all'acquisto dei crediti fiscali, che hanno dilatato a dismisura i tempi dei lavori. Fino appunto a mancare l’ultima scadenza».
Impossibile oggi stabilire quante sono le famiglie rimaste senza copertura: «Gli ultimi dati ufficiali, dei primi di novembre, parlavano di 30 mila cantieri ancora in corso per un valore di 12,5 miliardi e un totale di oltre 500 mila famiglie coinvolte», spiega Federica Brancaccio, presidente dell’Ance, «ma non si sa in che misura può aver inciso la corsa finale di questi ultimi due mesi. Di certo però l’ultimo decreto del governo andrà in aiuto di ben pochi: è riservato a chi al 31 dicembre ha eseguito almeno il 60% dei lavori previsti e ha un’Isee inferiore a 15 mila euro. Dovrà comunque anticipare il costo dei lavori rimanenti perché può usufruire dello sgravio fiscale al 100% ma non della cessione del credito. Immaginiamo quindi cosa potrà accadere nei condomini tra chi rientra nelle condizioni richieste e chi no. Per chi supera la soglia Isee il bonus fiscale scende al 70%. Con il probabile risultato di liti, ritardi o blocco dei lavori». Ma il provvedimento comporta anche altri risvolti negativi. Mentre fino al 31 dicembre infatti il fisco avrebbe potuto rifarsi su chi non avesse raggiunto l’obiettivo di miglioramento di due classi energetiche dell’edificio, chiedendo la restituzione del bonus erogato, quello ora previsto è un contributo riconosciuto dall’Agenzia delle Entrate nei limiti delle risorse disponibili. «In altre parole, si spendono altri soldi pubblici, ma senza garanzia che vengano raggiunti gli obiettivi», sottolinea Brancaccio.
Il vero problema tuttavia è che al momento non c’è alcuna visibilità su quale forma prenderanno in futuro i bonus sulla casa. Si parla di un riordino generale, ma non sono forniti tempi e dettagli. L’unica certezza per chi volesse migliorare il profilo energetico della propria abitazione (sarà d’obbligo almeno la classe D entro il prossimo decennio) è che il Superbonus 110 da gennaio verrà sostituito dall’Ecobonus, con uno sgravio fiscale che per il 2024 è fissato al 70%, ma poi scenderà al 65%. «Peccato che in passato quando era in vigore l’Ecobonus, che poteva arrivare fino all’85% a seconda dei lavori eseguiti ma senza possibilità di cessione del credito fiscale, a eseguire lavori di riqualificazione energetica non erano più di 2.000-3.000 famiglie l’anno contro le 200 mila del periodo del Superbonus», continua Brancaccio. «Troppo poche per pensare a un serio programma di transizione energetica». Serve dunque un piano di lunghissimo termine, magari con dei plafond annui, ma prima ancora serve capire il vero impatto dei bonus sui conti dello Stato in termini di mancato gettito: troppe cifre sono state sparate a caso in questi mesi».
Le associazioni della filiera edilizia hanno già messo a punto alcune proposte, e contano di presentarle al più presto. A cominciare da quella di Rete Irene che punta a legare l’entità dello sgravio fiscale alla riduzione del fabbisogno energetico dell’edificio, e anche a una linea di credito agevolata per chi deve eseguire i lavori senza poter contare sulla cessione dei crediti fiscali. Nel frattempo le prospettive per il settore dell’edilizia appaiono piuttosto cupe: senza agevolazioni fiscali l’attività rischia infatti di crollare. «Ci aspettiamo un forte rallentamento nel primo trimestre, e forse ancora peggiore nel secondo, con un crollo anche delle entrate fiscali», conclude Castoldi. «A quel punto forse il governo deciderà che è ora di fare qualcosa». (riproduzione riservata)