Non sembra che si sia riflettuto adeguatamente sull’invito della Banca centrale europea (Bce) - nel rilasciare il prescritto parere - a «riconsiderare» la proposta di disposizione sulle riserve auree contenuta nel ddl del Bilancio, primo firmatario il senatore Lucio Malan, al fine di preservare l’esercizio indipendente dei compiti fondamentali della Banca d’Italia connessi con il Sistema europeo di Banche centrali imperniato nella Bce.
Subito prima l’istituto centrale scrive che, se con l’emendamento si intende chiarire la proprietà giuridica delle riserve, prima deve essere consultata Banca d’Italia.
Prima ancora il parere aveva demolito anche la seconda versione dell’emendamento in questione, sottolineando altresì come non fosse chiara la finalità perseguita, affermandosi con la proposta l’esercizio di una presunta funzione di interpretazione autentica, per precisare che le riserve «appartengono al popolo italiano».
In precedenza l’opinion evidenzia il conflitto della proposta con diverse norme del Trattato Ue (a cominciare dal divieto del finanziamento monetario del Tesoro) e, va aggiunto, con lo status di autonomia e indipendenza delle banche centrali dell’Eurosistema, quindi della banca di via Nazionale, status che è alla base dei diversi rilievi mossi. Ora si dice che il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) stia studiando una nuova versione che tenga conto della caterva di obiezioni sollevate dalla Bce.
È un compito improbo, di grande difficoltà perché si dovrà navigare tra Scilla - non andare in rotta di collisione con la posizione ferrea della Bce - e Cariddi - non partorire una previsione inutile, ma anche dannosa per gli equivoci e le distorsioni che potrebbe favorire o, ancora, di mero principio, di cui nessuno avverte l’esigenza.
Si deve considerare che la «detenzione e gestione» delle riserve auree e valutarie e la loro appostazione nello stato patrimoniale della Banca d'Italia comportano compiti che, in parte, sono identici a quelli di un «proprietario».
La complessità di questa materia dovrebbe condurre a espungere l’emendamento e ad accantonarlo. Sarebbe la strada migliore, a maggior ragione dopo che è stato presentato come una dichiarazione di principio, rivelatasi poi inutile, a meno che non si volesse dire qualcosa d’altro o creare le basi per una futura ingerenza del governo nel campo delle riserve.
Lo scorporo dell’emendamento, dunque, avrebbe anche la funzione di eliminare questo retropensiero, ove mai fosse esistito.
Se, per un malinteso orgoglio istituzionale, non si vuole, invece, imboccare la via maestra, allora la disposizione dovrebbe essere riformulata citando le diverse norme del Trattato che la Bce ha elencato (e che per l’Italia hanno il rango di norme costituzionali), sottolineando che le riserve sono iscritte nello stato patrimoniale della banca in connessione con il Sebc e che sono preposte all'esercizio di funzioni fondamentali della stessa banca e del testé menzionato Sistema. Ma ne verrebbe la pena? A che pro?
Non sarebbe «il troppo e il vano» che Dante cita a proposito della grande opera di eliminazione di Giustiniano per formare il Corpus? Non sarebbe la violazione del «rasoio di Occam» che suggerisce di scegliere la più semplice tra diverse soluzioni che, in questo caso, è l’espunzione dell’emendamento? (riproduzione riservata)