Gli aumenti del tassi Bce hanno avuto un ruolo importante nell’ancoraggio delle aspettative di inflazione al 2%, ma l’impatto sull’economia attraverso il credito potrebbe farsi sentire ancora a lungo a causa dell’effetto ritardato della politica monetaria. C’è così il rischio di un danno non necessario per l’economia, considerando che l’inflazione è già tornata vicino al 2%, soprattutto a causa del calo dei prezzi dell’energia. Questi temi sono stati affrontati in un’analisi pubblicata dalla Banca d’Italia e scritta da Stefano Neri, capo del servizio di politica monetaria di Via Nazionale.
Neri ha analizzato le cause dell’aumento dell’inflazione nell’Eurozona nel biennio 2021-22 e la risposta senza precedenti della politica monetaria della Bce. L’economista ha evidenziato che l’inflazione è salita in gran parte a causa di fattori dell’offerta (si veda grafico in pagina). Nel 2021 hanno pesato le strozzature nelle filiere produttive legate alla pandemia. Dal 2022 invece il ruolo determinante è stato quello dell’aumento del gas per l’invasione russa dell’Ucraina. «La risposta della politica monetaria della Bce ha contribuito a evitare il disancoraggio delle aspettative di inflazione a lungo termine, a contenere il rischio di una spirale prezzi-salari e a favorire il ritorno dei prezzi al consumo verso un sentiero di crescita coerente con l'obiettivo del 2%», ha osservato l’analisi.
A ottobre 2022 l’inflazione nell’Eurozona ha toccato il picco al 10,6%. Ma da allora è iniziata la discesa che è avvenuta alla stessa velocità del precedente rialzo soprattutto per il calo del gas. La disinflazione tuttavia «si è verificata prima della piena realizzazione degli effetti della restrizione monetaria sulla domanda aggregata», ha rilevato Neri.
I dati sul credito hanno mostrato un significativo aumento dei tassi per famiglie e imprese e una riduzione dei volumi connessa anche alla minore domanda. Le banche sono diventate meno disposte ad assumere rischi eccessivi nei prestiti. «Ci sono indicazioni che la politica monetaria e l’impatto degli shock energetici sul reddito disponibile stiano influenzando la domanda aggregata», ha rilevato Neri. «L’impatto dell’inasprimento della politica monetaria attraverso il settore bancario potrebbe rafforzarsi e influenzare la domanda aggregata nei prossimi due anni».
La trasmissione della politica monetaria dovrebbe raggiungere il picco nei prossimi mesi e poi continuare a incidere sulla domanda. La Bce ha interrotto gli aumenti dei tassi a settembre. Il primo taglio dovrebbe arrivare a giugno, secondo le attese degli analisti, anche se la manovra potrebbe essere discussa ad aprile. La Bce vuole ulteriori conferme sui salari, anche se gli ultimi dati confermano il rallentamento e l’assenza di un rischio di spirale con i prezzi (si veda anche MF-Milano Finanza del 12 marzo). L’analisi di Neri evidenzia implicitamente l’esigenza di un ritorno a una politica monetaria più «forward-looking», basata sull’andamento atteso dell’inflazione nel medio termine e non solo sugli ultimi dati (che spesso guardano al passato).
La Bce intanto renderà noto oggi il nuovo framework operativo che sarà basato sulla domanda di liquidità delle banche ma dovrebbe includere anche un «portafoglio strutturale» di titoli. Non dovrebbero invece essere riviste le riserve bancarie obbligatorie. (riproduzione riservata)