Dagli stipendi fermi dal 2008 con conseguente potere d’acquisto dei salari dei dipendenti vaticani ridotto, ai bilanci poco chiari fino alle troppe privatizzazioni ed esternalizzazioni. Non c’è pace all’ombra del Cupolone a Roma, soprattutto ora con l’inizio del Conclave, tra gli stessi dipendenti laici che, preoccupati delle loro sorti, lanciano ora un vero e proprio appello al Pontefice che verrà.
«Come facilmente prevedibile, ancor prima dell’elezione del nuovo Pontefice, durante gli incontri delle congregazioni generali dei cardinali, è stato dato rilievo all’ormai ricorrente tema del deficit della Santa Sede: 70 milioni di rosso, tutti da capire. Miracoli e tagli come ipotetiche soluzioni. La seconda più probabile: una cantilena che sentiamo ormai da anni».
È quanto lamenta l’associazione dei dipendenti laici vaticani, Adlv, sottolineando che si «sperava in una nuova attenzione all’aspetto umano e spirituale delle politiche vaticane, a cui la nuova dirigenza del Governatorato sembra recentemente volgere un faro».
Ad ogni modo, «la prima domanda che salta alla mente è: siamo sicuri che la chiusura della Prefettura per gli Affari Economici della Santa Sede, sancita dal motu proprio Fidelis dispensator et prudens (2014), abbia lasciato il passo a una riforma economica vincente? Da quanto si legge, si direbbe di no».
Eppure, «il problema dell’assenza di ricavi della Santa Sede (intesa come realtà altra dal Governatorato, che riceve introiti soprattutto dai Musei e dai servizi economici) è sempre esistito». L’Adlv punta il dito contro la mancata pubblicazione dei bilanci negli ultimi anni «ora veniamo a conoscenza dei risultati finali per sentito dire» e sull’assenza di «dettaglio delle singole voci (es. emolumenti delle figure manageriali, costi delle consulenze e delle prestazioni di collaboratori di società esterne, solo per rimanere nell'ambito dei costi del personale)».
«Come mai questo buco nero, anzi rosso, nei conti del Vaticano?» chiedono i 4.200 dipendenti laici delle mura vaticane che avanzano delle ipotesi. «È un problema di calo di donazioni, con conseguente riduzione dell’Obolo di San Pietro (prima gestito dalla Segreteria di Stato e passato poi alla Spe, in un’ottica di accentramento dei poteri) o di mancata/ridotta copertura del deficit da parte degli organismi interni? Oppure, con la moltiplicazione degli organismi economici (Consiglio per l’Economia, Segreteria per l’Economia e Ufficio del Revisore Generale), di nuovi dicasteri e direzioni di vario tipo, consulenze a soggetti e società esterne sono state drenate consistenti risorse, a fronte di risultati davvero modesti, e probabilmente meglio realizzabili da personale interno?».
«Quello che possiamo dire con certezza è che finora è stata la stragrande maggioranza dei dipendenti a tirare la cinghia, con promozioni e avanzamenti di carriera bloccati, tagli dei servizi (o aumento dei loro costi), politiche familiari migliorabili, stipendi non adeguati al costo della vita e, punto non trascurabile, scarsa valorizzazione delle risorse umane percepite solo come una zavorra da trainare». (riproduzione riservata)