In nessun Paese finora si è verificato che il presidente dello Stato ricoprisse di insulti il capo della banca centrale, come sta accadendo negli Usa dove Donald Trump ha dato dello «stupido» al presidente della Federal Reserve Jerome Powell, ripetendo che arriva sempre in ritardo e che vorrebbe essere lui, Trump, al vertice della banca centrale (per dimostrare come si dovrebbe operare).
Sia chiaro: vi sono state finanche destituzioni a catena di banchieri centrali a opera di capi di governi (si pensi, tra gli altri, a vicende verificatesi in Turchia), ma mai una polemica così lunga, iniziata prima che Trump fosse eletto e si insediasse, contrassegnata dall'elargizione di aggettivazioni, come se si stesse in una bisca, alle quali ci sarebbe da rispondere con la nota frase ex ore tuo iudico te.
Powell è protetto dalla legge e non potrà essere rimosso prima della scadenza del mandato nel prossimo anno. La Fed, nella riunione del comitato monetario del 17 e 18 giugno scorsi, ha lasciato inalterati i tassi di riferimento nel range 4,25-4,5%: le motivazioni sono la perdurante incertezza, in particolare, la non prevedibilità dell'impatto dei dazi che potrebbe innescare una risalita dell'inflazione. Ma nel contempo è stata pure ipotizzata, a determinate condizioni , la possibilità di due tagli dei tassi in quest'anno, ciascuno di 25 punti base.
Insomma, un'attesa motivata, avendo presenti gli effetti che possono essere provocati dall'abbinamento tra effetti dei dazi e impatti delle guerre e, soprattutto, del conflitto Israele-Iran. Lo stesso mix, a cui ha fatto riferimento anche il governatore Fabio Panetta per indicare le difficoltà che provoca sulla politica monetaria della Bce, pur collocandosi l'inflazione sotto il target del 2%. A quest'ultimo riguardo vedremo quali saranno le decisioni dell'istituto di Francoforte nella seduta pre-ferie del 27 luglio.
Tornando agli Usa, è naturale che la critica alle scelte della Fed sia pienamente ammessa, ma deve far leva su motivazioni di merito, non certo armando parole con insulti. Lo richiede l'indipendenza del banchiere centrale, certo sottoposta a una rigorosa accountability, ma nei modi, nei tempi e nelle sedi previsti dalla legge. In questo caso si può affrontare il problema di quale sia l'opzione preferibile per incidere sulle aspettative, per una politica di anticipo che faccia tesoro dell'esperienza dei ritardi del passato. È ovvio che a una tale linea se ne possono opporre altre, ma questa è la sana dialettica istituzionale, addirittura benvenuta se si svolge nei termini accennati.
Ma perché, poi, tanto interesse per il caso americano? Non solo perché si tratta della prima banca centrale del mondo nella prima economia mondiale, ma soprattutto per il segnale che così si dà con il contrasto, per i possibili effetti imitativi e, comunque, per il fatto che, se non funzionano come dovrebbero, i rapporti tra amministrazione e banca centrale negli Usa le conseguenze negative si riflettono anche all'estero.
E di tutto si ha bisogno in questa fase meno che di liti provocate unilateralmente a colpi di improperi e insulti a proposito della politica monetaria, per di più con l'instabilità e le incertezze che esse provocano.
Mentre accade ciò, in America il Senato approva una legge per la regolamentazione delle cosiddette criptovalute, con riferimento alle stablecoin, che ora passa alla Camera: il passo avanti è importante, ma la disciplina è insoddisfacente, mancando misure sostanziali, per esempio, per l'antiriciclaggio e per i conflitti di interessi. Non si può trascurare che - come segnalano le cronache - società riconducibili anche a Trump operano nel settore e dai relativi investimenti avrebbero tratto, per ora, ritorni per diverse decine di milioni.
Insomma, furia francese su Powell e la politica della Federal Reserve, ritirata spagnola sulle criptovalute. (riproduzione riservata)