Tempi duri per le startup americane. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, che cita dati del provider Carta, da gennaio i fallimenti di società innovative negli Stati Uniti sono cresciuti del 60%. Solo nella prima parte dell’anno 254 startup clienti di Carta hanno dichiarato bancarotta: un tasso sette volte superiore rispetto al 2019, data di inizio della serie storica.
I fallimenti di oggi poggiano le loro radici nel passato: nel lungo periodo di tassi di interesse a zero per le startup era molto facile finanziarsi a basso costo, e anche i fondi di venture erano più propensi a scommettere il loro denaro su progetti innovativi. Oggi, svela il FT, gran parte della liquidità raccolta durante il boom tecnologico del biennio 2021-22 è terminata e molte startup fanno fatica a rifinanziarsi. Chi non ce la fa è spesso costretto a chiudere i battenti.
L’ultima vittima in ordine di tempo è Tally Technologies: la fintech di San Francisco, arrivata a valere circa 855 milioni di dollari, è stata costretta a issare bandiera bianca. Ad annunciarlo è stato su LinkedIn il ceo, Jason Brown, che ha affermato come «una volta esplorate tutte le opzioni non c’era modo di assicurare all’azienda i finanziamenti necessari per continuare le sue operazioni».
«Ci sono stati anni di investimenti anomali e sono entrati nel mercato operatori late stage che hanno aumentato volumi e quantità delle operazioni, e di riflesso le valutazioni delle startup, in uno scenario di tassi di interesse negativi», commenta Massimiliano Magrini, founder e managing partner del fondo italiano United Ventures. «Oggi stiamo assistendo invece alla normalizzazione del mercato, dopo che in un decennio il volume degli investimenti era cresciuto in maniera esponenziale, trainato dalla convergenza di tanti anni di tassi negativi e una forte domanda di innovazione, di cui le startup sono la forza propulsiva».
La domanda di innovazione è rimasta, ma i tassi a zero non ci sono più: non si sta parlando quindi di una crisi dell’industria ma di un ritorno alla normalità dopo che il mercato si era gonfiato in modo eccessivo. Per capire la portata di questo fenomeno, Magrini ricorre a un esempio: «Si era arrivati a un punto in cui nasceva un unicorno a settimana: un ritmo decisamente anomalo».
Ora gli imprenditori devono gestire i postumi di una sbornia durata anni: quelli che riescono a beneficiare di nuovi round di raccolta, spiega al FT Healy Jones, vicepresidente della società di consulenza per startup Kruze, hanno aziende i cui ricavi aumentano in media del 600% annuo. Insomma, o si dimostra in modo incontrovertibile di saper crescere o si viene tagliati fuori dal mercato. Senza contare che la concorrenza dell’intelligenza artificiale è sempre più serrata. Dall’inizio di quest’anno, rivela Jones, i clienti di Kruze hanno raccolto circa 2 miliardi di dollari: sul totale della torta i tre quarti (1,5 miliardi complessivi) sono andati alle startup dell’AI, che in valore assoluto rappresentavano appena un quarto della clientela complessiva.
Se il quadro americano rende l’idea dello stato di salute dell’industria a livello mondiale, come si sta muovendo l’Italia? I recenti dati del Vem Monitor di Liuc-Business School e Aifi mostrano che la ricerca di finanziamenti delle aziende innovative tricolori si muove su due velocità: nel primo semestre il numero complessivo di operazioni è sceso del 24% da 177 a 135. Al contempo però l’importo investito è salito del 18%, raggiungendo i 600 milioni. Un dato aggregato incoraggiante che però non può trascurare un fattore: il 40% degli investimenti complessivi sono stati diretti verso due sole operazioni, i cosiddetti megadeal.
Si può parlare di selezione naturale? «L’Italia è stata poco influenzata dalla crescita drogata delle valutazioni del mercato americano», prosegue Magrini, «perché il mercato tricolore era piccolo e fuori dai giochi». Insomma, questa sua assenza dal campionato dei grandi si rivela paradossalmente un vantaggio: «Il mercato è cresciuto in maniera più sana: magari oggi ci sono meno investimenti, ma al contempo iniziamo a scoprire e valorizzare i nostri unicorni». Certo, l’Italia agisce in un mercato interconnesso, ma «senza che ci siano portafogli unrealized da difendere».
Ancora non ci sono dati sui fallimenti delle startup tricolore, ma Magrini è fiducioso nell’affermare che i default finora sono stati «strutturali, di aziende che non ce la fanno e che di solito vengono liquidate in bonis». A livello di investitori invece l’Italia ha una sua peculiarità rispetto a mercati più maturi: «Vediamo tanti fondi alla loro prima raccolta. Di solito raccoglie chi ha un track record, mentre da noi entrano tanti soggetti nuovi. Questo da un lato è positivo perché il mercato si arricchisce, ma è anche una dimostrazione del fatto che l’industria italiana è ancora poco matura». (riproduzione riservata)