Investitori istituzionali non pervenuti, una presenza di investitori privati che da sola non riesce a muovere gli equilibri, grandi aziende e banche partecipi ma meno forti che in altri Paesi europei. Risultato: il venture capital italiano rimane ancora un affare di Stato. A certificarlo è una ricerca di Italian Tech Alliance, associazione che riunisce un buon numero di player dell’industria dei capitali di rischio che, seppur senza alcuni nomi importanti, è piuttosto rappresentativa dell’andamento complessivo del mercato.
Ebbene, analizzando i quasi 2,4 miliardi di euro raccolti dal 2013 a oggi per investimenti nelle startup in portafoglio e in nuove aziende innovative (1,2 già investiti e 1,17 di tesoretto pronto all’uso) si nota come praticamente la metà, quasi 1,2 miliardi, provengano da attori sovrani. Cdp Venture Capital, Fondo Italiano d’Investimento e i fondi regionali hanno portato da soli circa 700 milioni, che corrispondono al doppio di quasi tutte le altre categorie di investitori prese singolarmente o come dato aggregato. Ulteriori 490 milioni sono arrivati dal Fondo Europeo per gli Investimenti (Fei).
Il ruolo dello Stato è così decisivo che Francesco Cerutti, direttore generale di Italian Tech Alliance, commenta lo studio ricordando come sia di cruciale importanza «che il governo decida in tempi ragionevoli quale sia la direzione da prendere nei prossimi anni, tenendo in conto la necessità di non rallentare l’operatività del venture».
Guardando alle altre fonti, aziende e banche rappresentano il 19,9% della raccolta, equamente spartita tra le due tipologie di investitori. Un dato sufficiente, ma ancora «decisamente inferiore rispetto a quanto si verifica in altri Paesi europei come Francia, Spagna e Germania», sottolinea Giuseppe Donvito, presidente dell’associazione. Positivo invece, seppur non in grado di farsi carico da solo di questo mercato, l’apporto degli investitori privati, comprensivi di family office, che in tutto totalizzano 360 milioni (15,3% della raccolta). Chiudono la graduatoria, e questo è il vero problema segnalato dallo studio, gli investitori istituzionali, fermi a quota 354 milioni, neanche il 15% del totale. In particolare risultano praticamente assenti (appena 12 milioni, lo 0,5%) i fondi pensione aperti, i pip e le compagnie assicurative. (riproduzione riservata)