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Startup, in Italia sono ripartiti i grandi round di investimento. Caccia al prossimo unicorno: tutti i candidati

08 dicembre 2023, 20:00

Con il risveglio di Cdp Venture, primo investitore in Italia, dopo lo stallo delle nomine, ripartono i grandi investimenti di venture capital. Bending Spoons, D-Orbit, Energy Dome. Chi sarà il prossimo a raggiungere il miliardo di capitalizzazione?  

Startup, in Italia sono ripartiti i grandi round di investimento. Caccia al prossimo unicorno: tutti i candidati

Il venture capital italiano, reduce da un inizio di anno in caduta libera, da qualche mese sembra aver ripreso vigore: un round da 100 milioni chiuso da Bending Spoons, un altro da 120 milioni per Shop Circle (fondatori italiani ma dna inglese), poi il maxi-round di D-Orbit, la startup dell’aerospazio che, secondo quanto risulta a questo giornale, ha toccato quota 150 milioni. E ancora: i 60 milioni appena annunciati da Energy Dome, che si sommano ai 55 raccolti a luglio da un parterre di investitori tra cui Eni Next e Neva sgr (Intesa Sanpaolo). Sullo sfondo c’è sempre l’aumento di capitale da un miliardo lanciato da Newcleo, l’azienda del nucleare di ultima generazione fondata da Stefano Buono con sede a Londra ma partecipata al 90% da fondi e imprenditori italiani, che una volta chiuso dovrebbe fare della società il terzo unicorno del Paese.

Startup, in Italia sono ripartiti i grandi round di investimento. Caccia al prossimo unicorno: tutti i candidatiStartup, in Italia sono ripartiti i grandi round di investimento. Caccia al prossimo unicorno: tutti i candidati

Missione recupero 

Tolti i casi più eclatanti, i numeri del venture italiano parlano di un’industria ancora in difficoltà. Nei primi tre trimestri dell’anno gli investimenti in startup -comprese quelle all’estero con fondatori italiani- sono scesi del 51% rispetto al 2022. Il Venture Capital Monitor di Liuc-Business School e Aifi (associazione di categoria del private equity, private debt e venture capital) mostra inoltre una contrazione del numero di round, da 250 a 181. Varie ragioni hanno concorso a questa frenata: l’impennata dai tassi d’interesse, che ha reso meno attraenti gli investimenti in capitali di rischio; il crac della Silicon Valley Bank, che ha causato mal di pancia in tutto il settore internazionale; e più nello specifico del caso italiano, la cronica assenza di investitori istituzionali di peso e lo stallo delle nomine in Cdp Venture, primo motore degli investimenti nazionali.

Proprio su quest’ultimo, la dice lunga il fatto che ci siano voluti oltre sei mesi per le nomine del più importante veicolo governativo. Un ritardo a cui si è rimediato con la nomina di un manager molto capace e stimato come Agostino Scornajenchi, che ha però davanti a sé la sfida di guidare una macchina delicata, per il contesto in cui è costretta a operare, e di farlo dimenticandosi delle esperienze che l’hanno visto brillare come cfo in aziende regolate, dove i rischi d’investimento sono minimi rispetto a quelli in startup. Un lavoro complicato da una politica che ha scelto anche di spostare 300 milioni destinati a Cdp Venture nel nuovo Fondo Made in Italy. Palesando quanto le attività imprenditoriali innovative siano considerate non strategiche per lo sviluppo del Paese.

In aria di unicorno

Insomma, le incertezze restano, ma la schiarita delle ultime settimane consente di ragionare sulle startup più promettenti. «A livello di settori», spiega Giovanni Fusaro, responsabile venture capital di Aifi, «l’aerospazio e l’energia rimangono quelli di maggiore interesse, anche perché hanno bisogno di tanti capitali». Newcleo, D-Orbit, Energy Dome sono i primi tre nomi della rosa dei potenziali unicorni. «Attenzione poi al fintech, che storicamente è un settore che ha raccolto più degli altri». Il pre-seed di Qomodo da 34,5 milioni (uno dei più alti di sempre per startup alle primissime fasi di vita) fa dell’azienda di pagamenti digitali per esercenti uno dei nomi più interessanti del panorama nazionale. «Un altro filone è quello del medtech e biotech», prosegue Fusaro, «oltre al technology transfer in generale, tecnologie nate in ambito di ricerca che vogliono andare sul mercato».

Nome da monitorare: Aavantgarde Bio, biotech con una terapia genica in fase clinica, che quest’anno ha chiuso un round da 61 milioni. Infine, il digital: oltre ai soliti noti -Bending potrebbe già valere 900 milioni- ha destato un certo interesse il pre-seed da 4,7 milioni su Jet Hr, startup che crea software gestionali per le risorse umane. Al di là dell’importo piuttosto limitato, degno di nota è il parterre degli investitori: i ceo di Satispay, Bending Spoons e Casavo, Exor Venturers, Diego Piacentini (ex numero due di Amazon) e nove fondi di venture.

Una ricetta per il rilancio

Il tech è uno dei punti da cui parte anche Stefano Peroncini, ceo di Eureka! Venture Sgr, per spiegare la positività sulla ripresa del settore: «Storicamente le startup in Italia hanno valutazioni di ingresso decisamente più basse rispetto ai competitor europei, soprattutto nel cosiddetto deeptech, area su cui l’Italia può fare la differenze e su cui dovrebbe canalizzare le proprie risorse, tralasciando magari altre aree di investimento che sino ad oggi hanno creato singoli casi di successi ma non ancora a livello di filiera industriale». Inoltre, l’Italia «ha ancora grandi spazi di crescita e ciò avverrà quanto più Cdp Venture Capital continuerà nel ruolo di capacity building, con la strategia dei fondi di fondi a supporto di un ecosistema molto fragile ma nel contempo molto promettente».

Il tutto senza dimenticare le priorità: «Serve un’iniezione di fiducia da parte dei grandi investitori che possano alimentare i migliori gestori di fondi di venture capital». Ma, anche, che gli organi di vigilanza come Bankitalia e Consob, conclude Peroncini, «prendano atto che gestire un fondo di vc è decisamente diverso (e meno rischioso) di gestire una banca: osserviamo un eccesso di regolamentazione che non solo ci penalizza rispetto ai colleghi europei ma risulta del tutto inefficace rispetto agli obiettivi condivisibili che si pone la Vigilanza, stante la peculiarità degli asset in cui investiamo e dei nostri investitori». (riproduzione riservata)



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