Settantaquattro aziende selezionate per un totale di 23-24 milioni di euro investiti in poco più di due anni. Sono i numeri di Vento, il programma italiano di Exor Ventures. Quest’ultimo è il braccio di venture capital della holding degli Agnelli-Elkann, che ha già investito complessivamente più di 600 milioni di dollari in circa 100 aziende, come emerge dal bilancio 2023 di Exor. «La nostra attività è duplice: investiamo in aziende early stage con founder italiani, anche all’estero, e in più facciamo venture building con singole persone che sosteniamo nel tentativo di costruire una startup. In questo caso interveniamo in una fase ancora più precoce, cioè prima che ci sia un’idea definita», racconta a MF-Milano Finanza Diyala D’Aveni, head of investments & venture building di Vento.
Il programma guidato da D’Aveni prevede un ticket standard da 150 mila euro per le startup selezionate. «Questo è il primo finanziamento che diamo a tutte le aziende, poi in alcuni casi stacchiamo anche ticket più grandi se pensiamo che l’opportunità sia particolarmente interessante o se si presentano condizioni particolari, per esempio se la startup è basata negli Stati Uniti», spiega D’Aveni. «Finora abbiamo investito in 74 società, di cui 16 provenienti dal nostro progetto di venture building. Ogni anno partiamo con 40 persone con cui costruiamo dei team. Dopodiché si passa al processo di creazione. Il punto è trovare un problema per la cui soluzione qualcuno sia già disposto a pagare. Questo non succede con tutte le idee, né in tutti i settori, ma è importante che una startup trovi il punto di partenza giusto. Delle 26 società nate all’interno del nostro programma in 16 casi siamo andati avanti con il finanziamento».
Anche un prodotto promettente, però, si deve confrontare con un ecosistema italiano ancora acerbo. L’Osservatorio Venture Capital Monitor della Liuc Business School ha censito 123 round di startup e scaleup italiane (-22%) e un ammontare investito di 600 milioni di euro (+18%) nei primi sei mesi di quest’anno. Meno round, dunque, anche se più grandi. «Ma il numero dei deal resta basso», osserva D’Aveni. «Ci sono ancora poche startup, forse perché sono pochi i casi di grande successo a cui ispirarsi, e anche l’idea di intraprendere un percorso imprenditoriale non è molto forte in Italia. Servirebbero cambiamenti a livello di sistema per agevolare la nascita e la vita delle startup». Il modello è quello della Francia, dove lo scorso anno le startup hanno raccolto 8,3 miliardi di euro (in 715 deal) secondo i dati del Barometro EY, contro gli 1,4 miliardi (in 330 round) delle omologhe italiane (dati Aifi). «In Francia poche grandi startup hanno innescato un circolo virtuoso e ormai un posto di lavoro ogni 25 viene creato da una startup, per un totale di oltre 1 milione di posti. Chi ha investito sette o dieci anni fa ha avuto ritorni straordinari», sottolinea D’Aveni. La speranza, dunque, è che anche in Italia si possano trovare storie di successo che facciano ingranare tutto l’ecosistema.
Le leggi del venture capital in proposito sono chiare: bisogna investire in un gran numero di società, soprattutto se early stage come quelle sostenute da Vento, moltiplicando le chance di fare la scommessa giusta che ripaghi tutto il portafoglio. «Il rischio per noi non è fare un investimento sbagliato, ma non fare un investimento giusto», conferma D’Aveni. «Abbiamo una tesi di investimento agnostica rispetto al settore, anche se in due anni abbiamo visto dei trend. In Italia un segmento rilevante è quello biotech, perché c’è la sanità pubblica e si investe. Poi il mondo tech, che per definizione è quello con il più alto tasso di crescita se le cose funzionano».
Attenzione, però, all’intelligenza artificiale: «È un campo molto ampio, bisogna capire a quale livello investire», avverte D’Aveni. «Sulla costruzione di modelli di grandi dimensioni competere è molto difficile, mentre ci sono diverse applicazioni a cui guardiamo con interesse». Nel portafoglio di Vento si trova, ad esempio, Lexroom.ai, startup che utilizza l’intelligenza artificiale per semplificare la ricerca di documenti legali: a gennaio Vento ha partecipato al round pre-seed da 500 mila euro. Oppure Futura, la società edtech specializzata in modelli di AI per aiutare gli studenti nell’apprendimento fondata da Andrea Chirolli. L’azienda ha chiuso qualche mese fa un maxi round di serie A da 14 milioni guidato dal fondo francese Eurazeo, al suo primo investimento significativo in una realtà italiana. «Per noi è stata una grande conquista», sottolinea D’Aveni. «Attirare gli investitori stranieri e mostrare loro che in Italia ci sono opportunità è anche il motivo per cui facciamo la Italian Tech Week (organizzata da Vento a Torino dal 25 al 27 settembre, ndr). Vogliamo pensare in grande e dare un posizionamento al Paese».
Se la selezione delle società è importante per una realtà come Vento, altrettanto lo è la monetizzazione degli investimenti fatti. Per le prime exit, però, a due anni dal lancio è ancora presto. «È un tema cruciale per il ritorno del fondo, ma è prematuro parlarne perché nel 40% dei casi, quando entriamo noi, non esiste ancora un prodotto», conclude D’Aveni. «Le nostre sono scommesse a lungo termine perciò faremo exit nel momento giusto, senza fretta. Il nostro orizzonte temporale è di 5-10 anni, a seconda del settore e di altri elementi». (riproduzione riservata)