L’ecosistema del finanziamento alle startup italiane conferma il suo dinamismo anche attraverso la figura dei business angels, che nel 2022 hanno realizzato investimenti, da soli o in cordata con i fondi di venture capital, per 1,6 miliardi di euro, in crescita annua del 77%. Una fotografia che arriva dalla survey 2023 di Iban, associazione di categoria di questa specifica tipologia di investitori informali, che ha mappato un trend interessante: a fronte dell’aumento cospicuo di investimenti fatti in tandem con i fondi di venture si è assistito a una frenata dei round individuali, passati da 91 a 83 milioni e da 100 a 75 deal. Segnale del fatto che l’unione fa la forza, ma anche dell’accresciuta maturità del finanziamento a startup: le dimensioni degli investimenti individuali sono state infatti mediamente maggiori rispetto a quelle registrate nel 2021.
Ma chi sono e cosa fanno i business angels italiani? Iban ne traccia un profilo preciso: uomo che vive nel Nord Italia (45% dei casi), generalmente proveniente da una carriera da dirigente (45%), e ora interamente focalizzato sul cosiddetto angel investing (65%). Una quota del 18% ha ancora oggi incarichi dirigenziali, a fronte del 9% di liberi professionisti e al 9% di imprenditori. In sensibile aumento la rappresentanza femminile, passata dal magro 4% del 2012 al 27% (oltre una ogni quattro) attuale.
Interessante notare poi quale percentuale del patrimonio degli angels venga destinata alle startup: oltre un quarto degli intervistati nella survey infatti, il 27%, orienta una fetta non certo irrilevante della sua ricchezza, tra il 20 e il 29%, a queste imprese ad altissimo rischio. Minore per entità, ma comunque non trascurabile, è il 9% che alle startup destina quasi la metà (fino al 49%) del suo patrimonio. Nel prossimo futuro peraltro gli investitori informali non vogliono fermarsi: oltre la metà del campione, il 55%, è certa di voler aumentare la propria quota di investimento destinata a startup, a fronte di una quota di chi vuole diminuirla inferiore al 10%.
In forte aumento anche la quota di chi vuole investire in realtà ancora embrionali, perfino precedenti allo stato di startup vera e propria: se nel 2021 il 59% degli angels era orientato a startup e il 41% a investimenti seed, ora il rapporto si è all’incirca equiparato, passando a 52-48%.
Entrando infine nel dettaglio della tipologia di imprese prediletta, il settore tecnologico si aggiudica per distacco la medaglia d’oro. Nel 2022 il 47% degli investimenti di business angels, quasi uno ogni due, è stato rivolto al settore Ict. Nel 2021 questa quota si era fermata al 36%. Attenzione però: se negli anni precedenti al 2021 il tech preferito era quello rivolto ai privati, ora l’orientamento generale è quello di scommettere sulla tecnologia pensata per le imprese, quella più diffusa nello scenario imprenditoriale italiano. Dopo l’Ict, sul podio compaiono i cosiddetti altri servizi, tra cui l’edtech, a quota 11%, e poi appaiati sanità e alimentare, anche in questo caso declinati però nelle loro varianti più innovative (ad esempio l’agritech). (riproduzione riservata)