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Sorpresa occupazione, in Europa mai così tanto lavoro. Perché è un’anomalia, e quanto può durare
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Sorpresa occupazione, in Europa mai così tanto lavoro. Perché è un’anomalia, e quanto può durare

17 gennaio 2025, 21:00

Il paradosso dell’economia europea: disoccupazione ai minimi storici nonostante debolezza del pil, maggiore costo dell’energia, tassi alti. I motivi? Salari reali più bassi, profitti delle imprese in aumento, meno ore lavorate e crescita della forza lavoro, osserva la Bce. Ma il quadro può cambiare nei prossimi mesi

Dopo la pandemia c’è stata un’anomalia nell’economia europea che ha riguardato il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione è rimasto ai minimi storici e l’occupazione ha mostrato una crescita costante. Tutto questo nonostante la debolezza dell’economia, la crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina, le tensioni geopolitiche e il successivo aumento dei tassi da parte della Bce.

I dati dicono che tra il quarto trimestre del 2021 e il secondo trimestre del 2024 la crescita cumulata dell’occupazione (3,3%) ha superato dello 0,9% quella del pil reale (2,4%). Come ha osservato un’analisi Bce, si tratta di «una differenza significativa se si considera che alla fine del 2021 sia l’occupazione sia il prodotto erano pienamente tornati sui rispettivi livelli precedenti la pandemia».

L’anomalia del mercato del lavoro emerge anche confrontando questi dati con i valori storici. Di solito la crescita dell’occupazione aumenta a un tasso pari alla metà dell’aumento del pil, secondo una correlazione economica nota come legge di Okun. Ma la Bce ha calcolato che a fine 2021 c’erano nell’Eurozona circa 600 mila lavoratori in più (0,35% del personale dipendente) rispetto a quelli attesi in base alla crescita del pil. L’aumento dell’occupazione è stato forte soprattutto nelle costruzioni, nel settore pubblico e nei servizi professionali, mentre è stata più debole nella manifattura.

Il tasso di disoccupazione nell’Eurozona nel frattempo è sceso al 6,3%, ai minimi dall’introduzione dell’euro, un livello di oltre l’1% inferiore al pre-pandemia. L’Italia ha registrato il maggiore calo del tasso (-3,5% al 5,7%) mentre in Germania c’è stato un lieve aumento (+0,3%). L’Italia tuttavia ha il tasso di occupazione più basso d’Europa (67% contro la media del 76%). La minore disoccupazione nell’Eurozona è legata in particolare all’aumento della forza lavoro (+8,6 milioni di unità rispetto a inizio 2020) e in minor misura al calo dei disoccupati (-1,3 milioni).

Il divario tra occupazione e pil ha causato tuttavia un calo della produttività del lavoro, misurata in termini di prodotto medio per dipendente, aggravando un problema strutturale dell’Eurozona. La produttività è scesa dell’1,3% rispetto a fine 2022.

I motivi

Come si spiega l’andamento positivo dell’occupazione malgrado la crescita debole? Secondo la Bce «margini di profitto più elevati, salari reali più bassi e una riduzione della media delle ore lavorate per dipendente hanno consentito alle imprese di non ridurre il personale e di assumere nuovi lavoratori durante la fase di debole dinamica economica». Inoltre «l’accresciuta partecipazione alle forze di lavoro ha contribuito a far fronte a potenziali carenze di manodopera».

In dettaglio il primo fattore è stato il calo dei salari reali causato dal forte rialzo dell’inflazione che ha reso le assunzioni meno costose per le imprese. Le aziende sono state così incentivate a favorire l’input di lavoro, dati i rincari degli input energetici e intermedi.

In secondo luogo, i margini di profitto più elevati hanno consentito alle aziende di assumere ulteriori lavoratori o di mantenere invariati i livelli di forza lavoro. C’è stato il fenomeno noto come «labour hoarding»: le imprese hanno preferito mantenere manodopera inutilizzata in una fase di debolezza economica (considerata transitoria) piuttosto che rischiare di dover cercare lavoratori al momento della ripresa.

Il terzo fattore è stato il calo delle ore lavorate per dipendente che ha incoraggiato le imprese ad assumere un maggior numero di addetti in modo da lasciare invariato l’input di lavoro complessivo. Il mantenimento della manodopera inutilizzata è stato uno dei fattori alla base del calo delle ore lavorate per addetto: le imprese hanno ridotto l’orario di lavoro in risposta a ciò che percepivano come un calo temporaneo della domanda. Inoltre il calo delle ore di lavoro è legato anche a minori ore di straordinario, alle preferenze dei lavoratori (che oggi non sembrano cambiate rispetto agli anni scorsi) e alle maggiori assenze per malattia.

Infine, come quarto fattore, la Bce ha osservato che la crescita della forza lavoro dopo la pandemia ha incentivato le imprese ad assumere nuovi lavoratori per far fronte a carenze di manodopera effettive o attese. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro è salito al di sopra dei livelli pre-pandemia, trainato soprattutto dai passaggi dalla condizione di inattività a quella di occupazione. Il contributo maggiore è arrivato da donne, lavoratori in età più avanzata, persone con un livello di istruzione superiore e lavoratori stranieri. Di fronte a possibili carenze di manodopera, in via cautelativa le imprese hanno assunto i lavoratori disponibili aggiuntivi, nonostante la debolezza dell’economia.

L’evoluzione dello scenario

Lo scenario descritto tuttavia potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Secondo recenti indagini, le imprese si attendono una frenata dell’occupazione nel breve termine, anche se il tasso di disoccupazione dovrebbe rimanere su bassi livelli. Per la Bce, la relazione tra occupazione e pil tornerà ad avvicinarsi alla correlazione storica poiché si attenueranno alcuni fattori ciclici. La ripresa dei salari reali renderà meno rilevante la sostituzione tra il lavoro e gli altri fattori produttivi. Le imprese saranno meno incentivate a mantenere manodopera inutilizzata come conseguenza della stabilizzazione dei profitti e dell’indebolimento della domanda. Alcune grandi aziende (per esempio Volkswagen) hanno già parlato di tagli significativi dei posti di lavoro. Nel complesso, tuttavia, dovrebbero persistere fattori strutturali favorevoli per l’occupazione come la tendenza negativa delle ore lavorate o la maggiore partecipazione alla forza lavoro.

Per il momento l’occupazione resiste, anche se la domanda di lavoro si sta indebolendo, come ha osservato la Bce il 12 dicembre dopo l’ultimo consiglio direttivo. Il rapporto tra posti di lavoro vacanti e posti totali è sceso al 2,5% nel terzo trimestre 2024, lo 0,8% al di sotto del picco. Inoltre i sondaggi indicano una minore creazione di posti negli ultimi mesi. «Il raffreddamento del mercato del lavoro e le nuove informazioni sui salari negoziati sembrano confermare la moderazione della crescita salariale», è scritto nei verbali del consiglio direttivo.

Le mosse Bce

Per la Bce questa è una buona notizia perché è un segnale di minori pressioni inflazionistiche. A dicembre il carovita nell’Eurozona è arrivato al 2,4% ma Francoforte e gli economisti di mercato si aspettano un calo verso l’obiettivo del 2% legato anche al rallentamento dei salari nominali dopo due anni di significativi rinnovi contrattuali. «La pressione inflazionistica continuerà ad attenuarsi quest’anno», ha detto il capoeconomista Bce Philip Lane. «I salari sono aumentati in modo considerevole nel 2023 e nel 2024. Tuttavia gli aumenti salariali nel 2025 saranno inferiori. Così l’inflazione continuerà a diminuire». In tal caso la Bce proseguirà con i tagli dei tassi: gli analisti in media ne prevedono quest’anno altri quattro, per un totale dell’1%. (riproduzione riservata)



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