A volte nel mondo della finanza anche un’operazione da pochi milioni cattura l’interesse del mercato. Così nei giorni scorsi ha fatto discutere l’investimento da 21,9 milioni di euro fatto dal Banco di Desio per comprare 14 filiali dalla Banca Popolare di Puglia e Basilicata (Bppb).
L’importo non è di quelli che stravolgono un bilancio, ma l’attenzione degli osservatori non è andata tanto alle condizioni economiche del deal quanto al suo razionale industriale. Il prezzo medio di acquisto per sportello è di oltre 1,5 milioni di euro, una cifra che non si registrava da tempo nel mercato bancario italiano. Visto che non si tratta di un caso isolato, la percezione diffusa è che l’approccio dei gruppi ai propri network fisici stia cambiando rispetto al passato recente.
La compravendita di filiali ha conosciuto diverse fasi negli ultimi 20 anni. Prima e subito dopo la grande crisi del 2008 una branch poteva valere anche 10 milioni, l’equivalente di una villa di lusso o di un jet privato. Le cronache di quegli anni ricordano il deal da 6,4 milioni tra Intesa e Crédit Agricole, quello da 8 milioni tra Ubi-Popolare di Vicenza e il record assoluto da 9,6 milioni a sportello versati dalla cordata Carige, Popolare di Bari, Creval e Veneto Banca per un altro pacchetto messo in vendita da Intesa. Gran parte degli istituti più generosi non hanno avuto fortuna negli anni successivi. Vicenza, Carige, Bari e Veneto Banca per esempio sono stati coinvolti in salvataggi determinate dalle loro precarie condizioni finanziarie.
Qualche banchiere oggi difende ancora quelle valutazioni. «I prezzi derivavano soprattutto dalla consistenza della base depositi acquistata, in un contesto di mercato in cui la raccolta diretta garantiva rendimenti interessanti alle banche. Non a caso nell’annunciare un deal il dato più enfatizzato dal compratore era proprio il valore della raccolta acquistata. Per questo molte operazioni esprimevano goodwill consistenti che nei dieci anni successivi sono del tutto scomparse dalle fusioni e dalle aggregazioni delle banche commerciali», si confida un banchiere che preferisce l’anonimato.
A ciò va poi aggiunto che, raggiunta una certa dimensione, una banca commerciale ha difficoltà a crescere in modo organico particolarmente quando il contesto economico sottostante è debole. In un quadro del genere comprare sportelli e quindi portafogli di clientela vuol dire acquisire quote di mercato che non possono svilupparsi organicamente e da cui poi la banca compratrice può estrarre valore attraverso le sinergie.
Questo meccanismo virtuoso però si è inceppato nel 2009. L’onda lunga della crisi subprime e, soprattutto, la dura ricaduta del 2012-2013 hanno compromesso l’attività di molti istituti, costringendoli a rettifiche di bilancio, aumenti di capitale e drastiche politiche di riduzione dei costi. La contrazione delle reti commerciali è stato uno degli effetti più macroscopici di queste scelte.
Secondo i dati elaborati dalla Fabi (il maggior sindacato bancario in Italia) nel periodo 1998-2022 gli sportelli sono calati del 19,2% con una diminuzione dei dipendenti del 21,9%. Complessivamente il numero delle banche nel periodo in esame si è dimezzato per effetto sia delle aggregazioni sia dei salvataggi che hanno interessato soprattutto l’ultimo decennio.
Le operazioni di m&a avvenute nel sistema bancario italiano tra il 2010 e il 2020 sono state per lo più salvataggi. Le valutazioni espresse da quei deal sono risultati quindi molto distanti da quelle del periodo precedente, con diversi istituti ceduti al cavaliere bianco di turno al prezzo simbolico di un euro. Nel frattempo la rivoluzione tecnologica si è imposta anche nei servizi finanziari, rendendo così sempre più obsoleti i vecchi canali distributivi. Anche questo periodo però si è concluso, con buona pace dei futurologi che prevedevano la morte delle filiali.
A voltare pagina è stata nel 2020 l’opas di Intesa Sanpaolo su Ubi. Quell’operazione ha non solo ridisegnato le geografie del credito italiano, ma ha anche aperto una nuova fase per le filiali bancarie. Conclusa l’acquisizione infatti Intesa ha ceduto a Bper un consistente pacchetto di sportelli al prezzo medio di un milione di euro. Negli anni successivi Ca’ de Sass e l’istituto modenese sono stati protagonisti di altre operazioni che valorizzavano reti commerciali per cifre comprese tra 200 mila e 340 mila euro.
Bper è la banca che ha mostrato più dinamismo perché si è distinta sia in entrata che in uscita. Ma non è stata la sola a distinguersi. Anche la piccola Banca Popolare di Puglia e Basilicata (Bppb) ha messo a segno due operazioni di segno opposto. Nel gennaio del 2021 l’istituto cooperativo di Altamura (Bari) si è aggiudicato 26 sportelli da Intesa Sanpaolo per 8,9 milioni, in media circa 340 mila euro per branch.
Anche questa operazione legata all’opas su Ubi Banca e alle stringenti condizioni dettate dall’Antitrust in sede autorizzativa. Pochi giorni fa Bppb è stata invece venditrice del pacchetto destinato al Banco di Desio, ceduto a ben 1,5 milioni per singola struttura, oltre quattro volte l'esborso di tre anni prima.
La transazione segna una ripresa dei valori. Oggi in borsa banche come Unicredit, Banco Bpm e la Popolare di Sondrio valgono in media 0,7 e 0,8 volte il patrimonio netto. Bppb invece è riuscita a vendere a 0,9. L’aumento dei prezzi è giustificato dall’innalzamento dei tassi d’interesse. «Il ritorno in terreno positivo ha ridato una dimensione di redditività anche alla raccolta diretta, fattore che si era perso nel post Lehman Brothers perché la curva era diventata negativa», spiega Silvano Lenoci, head of corporate finance di Kpmg, che ha partecipato in prima persona al deal tra i due istituti, assistendo quello del Sud Italia.
L’altro elemento determinante è la qualità degli attivi. «Il costo del rischio si è normalizzato grazie al processo di liberazione dei bilanci delle banche dagli npl», aggiunge Lenoci, che poi si concentra sull’ultimo fattore, quello territoriale: «Il Banco di Desio era già presente nelle aree interessate dall’operazione. Quindi ha trovato una sinergia nell’acquisizione di nuovi punti vendita».
Qualcosa potrebbe cambiare a breve. A giugno la Bce dovrebbe varare il primo taglio dei tassi, una decisione che rischia di deprimere i prezzi delle filiali. Lenoci però non immagina nuovi cambi di passo per il sistema bancario: «I deal di questo periodo già scontano le aspettative di una curva decrescente dei prezzi e comunque nei prossimi 24-36 mesi non piomberemo in uno scenario di tassi negativi».
Un altro rischio per le filiali potrebbe arrivare dall’innovazione tecnologica, che negli ultimi anni ha portato al lancio di diverse banche digitali. Anche in questo caso, tuttavia, si tratterebbe di un falso allarme. «I dati dimostrano che l’online non contribuisce per più del 20-25% ai ricavi», chiarisce Lenoci. «Inoltre, i clienti continueranno ad avere bisogno del fattore umano per tutte quelle operazioni complesse di gestione del risparmio o di finanza agevolata che non posso essere soddisfatte solo dai canali digitali».
Banca online e sportelli, insomma, sono destinati a coesistere. Non per sempre però, perché i secondi potrebbero perdere centralità se non sapranno cambiare pelle. «La filiale ha riacquisto valore ma per mantenerlo deve evolvere», commenta Luca Penna, senior partner e responsabile financial services Sud & Est Europa di Bain & Company. «Gli sportelli dovranno rivoluzionare le modalità con cui erogano i servizi: ad esempio serviranno orari differenziati o dedicati solo alla consulenza. Nella filiale del futuro non è immaginabile che la coda per pagare un F24 sia la stessa di quella per chiedere un prestito». (riproduzione riservata)