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Sei i segnali del rischio-bolla che il mercato sta sottovalutando
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Sei i segnali del rischio-bolla che il mercato sta sottovalutando

di Marco Vignali
16 marzo 2021, 10:40

Secondo Novelli (Lemanik), i fattori sottostimati sono diversi: da un'ampia liquidità a eccessive previsioni di crescita, passando per una verticalizzazione dei movimenti rialzisti, un'alta partecipazione di retail e un'elevata concentrazione del rischio, unita alla disponibilità a pagare prezzi elevati per società senza utili

Dopo una prima parte dell’anno decisamente turbolenta per i mercati finanziari, marzo si è confermato un mese tra i più volatili. Un anno fa, di questi tempi, i listini si approcciavano a toccare il cosiddetto “bottom”, i minimi da cui sarebbe poi ripartita un’ascesa a dir poco impressionante che avrebbe riportato gli indici americani su nuovi massimi storici. Sempre un anno fa, e non è una coincidenza, avevano ufficialmente inizio anche le ingenti manovre delle banche centrali, con la Fed in prima linea a guidare un’immissione di liquidità senza precedenti.

Ad oggi, l’azionario americano scambia a ridosso di nuovi massimi, e l’improvvisa salita dei rendimenti dei Treasury ha solo parzialmente spaventato gli investitori, consci che l’istituto centrale possa presto limitarne l’entità e riportare delle condizioni favorevoli sui mercati. Di contro, le valutazioni a dir poco elevate (in termini assoluti) di alcune azioni e dei listini in generale hanno fatto riaffiorare abbastanza prepotentemente il timore di una bolla speculativa, e i fattori per identificare una possibile “falla” nel sistema azionario sono diversi.

Secondo Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund, sono ormai evidenti molti degli elementi concomitanti che si sono già visti in passato, in modo ripetuto, in altre bolle speculative. Eppure, tutti sembrano sperare che “questa volta sarà diverso”. Secondo il gestore, se ne possono individuare ben sei: un’ampia liquidità nel sistema, fantastiche previsioni di crescita economica e dei profitti, una verticalizzazione dei movimenti rialzisti, l’alta partecipazione di investitori retail, l’elevata concentrazione del rischio sui settori innovativi e, infine, la predisposizione a pagare prezzi incredibili per società che non fanno utili.

“Quando si assiste a una verticalizzazione del trend di una attività finanziaria, cioè a una salita verticale del suo prezzo, si entra in una fase caratterizzata da due importanti fattori: il primo è la totale perdita di controllo del rischio sulle posizioni detenute, il secondo è una netta riduzione dell’orizzonte temporale degli investitori, o speculatori, a detenere posizioni su tale asset class”, evidenzia il gestore di Lemanik.

Secondo Novelli, la perdita di controllo del rischio è dovuta al fatto che molti gestori, pressati dalla competizione a non sottoperformare rispetto alla concorrenza, sono obbligati a mantenere le posizioni anche se sanno che il trend non può durare: in questo contesto psicologico, “nessuno si prende il rischio di uscire in anticipo dal mercato o di ridurre le posizioni. In questa situazione, il rischio del portafoglio diventa dunque esattamente uguale al rischio di mercato”.

La riduzione dell’orizzonte temporale degli investitori è invece strettamente correlata all’entità dei profitti accumulati e non ancora realizzati. “Il rischio che un profitto “sulla carta” possa sparire o ridimensionarsi in modo significativo induce l’investitore a pensare più ai profitti di breve termine, che andrebbero persi in caso di inversione del movimento, rispetto ai profitti futuri marginali. Infatti, i profitti futuri attesi si riducono man mano che il trend si verticalizza sempre di più”, argomenta il gestore, secondo cui, per questo motivo, le verticalizzazioni dei trend sono indicatori di fragilità del mercato e non di forza, come molti pensano oggi.

Queste verticalizzazioni di tendenza fanno crescere l’instabilità prospettica e la vulnerabilità del mercato rispetto a qualsiasi evento possa potenzialmente ridimensionare i profitti: di norma è proprio il timore di perdere i profitti accumulati che genera l’inversione di tendenza e, nella fase iniziale di inversione, l’investitore è propenso a vendere a qualsiasi prezzo, per proteggere parte del profitto accumulato e non ancora realizzato. Per questo motivo, infatti, le fasi di inversione sono sempre violente e rapide.

“Di conseguenza, nelle fasi di verticalizzazione, la diversificazione del rischio comporta il coraggio di scelte contrarian, che pochissimi possono o hanno il coraggio fare. E questo è dunque il principale motivo per il quale siamo short sui trade più affollati e sostenuti da aspettative poco realistiche”, spiega Novelli.

Un importante elemento da non trascurare è il fatto che l’industria della finanza cancella sempre i track record dopo i grandi crack e risulta quindi alquanto difficile trovare fondi con una storia precedente alle crisi passate. “Se andiamo ad analizzare la storia recente”, prosegue il gestore, “sembra che quasi tutti abbiano iniziato a fare questo mestiere dal 2010 in poi, semplicemente perché le grandi perdite subite durante le crisi vengono cancellate dall’industria finanziaria e quindi il “fattore sopravvivenza”, cioè la capacità di reggere l'impatto di una crisi, è decisamente dimenticata quando si parla di ritorni di lungo periodo di un investimento”.

Il mercato finanziario “tende a porre molto affidamento sulle previsioni di consenso, anche se nel tempo ho imparato a capire che spesso le previsioni di consenso sono più un’indicazione di come vorremmo fosse il futuro”, spiega Novelli, sottolineando come “anche lo stock di liquidità nel sistema viene indicato come un elemento portante delle tendenze in atto, ma l’esperienza insegna che la liquidità è sempre ampia prima di una crisi”. Infatti, la liquidità dipende dalla propensione al rischio degli investitori e degli intermediari che la forniscono. Occorre dunque “tenere ben presente che la contrazione della liquidità avviene sempre in concomitanza con la contrazione della propensione al rischio e non prima”, conclude il gestore di Lemanik. (riproduzione riservata)



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