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Giuseppina Di Foggia, ceo Terna
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Scossa da data center: serve sempre più energia per accendere l’Ai

di Angela Zoppo
12 dicembre 2025, 21:00 Ultimo aggiornamento: 21:35

Nuovo record in Italia per le richieste di connessione alla rete Terna da parte degli hub digitali, che con 64 Gw hanno già doppiato l’intero 2024. Ma sale anche l’allerta consumi: persino il nucleare, quando arriverà potrebbe non bastare.  | Il decreto Energia piace al mercato. Con i bond Cdp isparmi per quasi 30 miliardi per famiglie e imprese

Era il 2022 e già l’Agenzia Internazionale dell’Energia lanciava il primo campanello d’allarme: in un anno i data center avevano risucchiato 460 Terawattora di elettricità, circa il 2% della domanda mondiale. Una cifra equivalente al consumo medio annuale di un Paese come la Francia, una volta e mezzo quello dell’Italia. Per il 2026, tra cloud hyperscale e intelligenza artificiale generativa, si prevede che i data center possano richiedere circa 650 Twh, pari a un aumento del 40%. E guardando al 2030, secondo le previsioni elaborate da Amazon, si arriverà a 1.200 Terawattora.

In Italia la crescita è stata ancora più marcata. Basta guardare l’evoluzione dei dati registrati da Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione. Al 30 giugno 2025 le richieste di connessione alla rete nazionale da parte dei data center superavano giù quota 300, per oltre 50 Gigawatt rispetto ai 30 di fine 2024, con un incremento di quasi il 70%. Con le ultime rilevazioni, aggiornate al 31 ottobre, le domande di allaccio sono diventate 378 per quasi 64 Gigawatt. In sintesi, i primi 10 mesi del 2025 hanno già doppiato i numeri dell’intero 2024. La corsa è concentrata in Lombardia, in particolare a Milano, che supera il 50% delle richieste, sulla spinta delle big-tech come Amazon e Microsoft.

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Sempre la Iea stima per la domanda elettrica mondiale nei prossimi 10 anni una crescita del 40%, dai circa 27mila Terawattora attuali a ben 38mila. In Italia, secondo i dati di mercato, si può prevedere una crescita del fabbisogno energetico di almeno il 20%. Ma il punto da non sottovalutare è che, a livello globale, l’incremento della domanda sarà trainato per il 7% dai data center, circa la metà dei quali al servizio dell’AI.

L’Italia candidata ad hub del Mediterraneo

Le stime per l’Italia la candidano ormai a hub potenziale di riferimento per il Mediterraneo, grazie alla combinazione tra posizione geografica, disponibilità di collegamenti internazionali e possibilità di integrazione con nuove infrastrutture energetiche, a fronte di uno scenario in cui la domanda continua a crescere e i grandi sistemi del Nord Europa incontrano limiti fisici e di rete. Per capire l’entità dell’interesse che l’Italia, e in particolare Milano, riscuotono tra i colossi hi-tech, basta citare un numero: 23 miliardi di euro, a tanto ammontano gli investimenti attesi nei data center entro il 2030.

Tra i progetti più avanzati c’è quello di Microsoft a Settimo Milanese, che sta diventando un cluster. Nel raggio di pochi chilometri, infatti, si collocano il progetto di MxpP2 Vantage Data Centers Europe e del nuovo centro dati per la fornitura di servizi cloud di Equinix Hyperscale 2. Amazon ha scelto l’area tra i comuni di Rho e Pero per un doppio data center, dichiarato di interesse strategico nazionale dal consiglio dei Ministri nel novembre 2024, come parte del programma complessivo da 1,2 miliardi di euro presentato da Amazon Web Services al governo.

La fame di energia

Ma perché i data center sono così affamati di energia? Si tratta di ecosistemi energivori per definizione, che richiedono alimentazione elettrica non-stop per i server ed evitare blackout digitali che provocherebbero danni incalcolabili. La sola intelligenza artificiale è responsabile di circa il 50% dell’aumento della domanda di energia da parte delle infrastrutture di calcolo. I cluster di AI, infatti, consumano da 10 a 20 volte più elettricità rispetto ai server tradizionali.

Si tratta, quindi, di fronteggiare una richiesta travolgente di energia garantendola ai data center e allo stesso tempo assicurando la continuità del servizio per case e imprese tradizionali. Per Stefano Monti, presidente dell’Associazione Italiana Nucleare, persino l’ingresso dei reattori Smr (Small Modular Reactor) previsto a partire dal 2035, potrebbe non bastare: «Ce ne vorrebbero di più grandi, ma prima bisogna capire che le dimensioni non influiscono sulla sicurezza». Secondo gli operatori, allora, per evitare colli di bottiglia e surplus ingestibili di richieste di potenza, va accelerato lo sviluppo delle rinnovabili, e in particolare degli impianti eolici, che rispetto al fotovoltaico hanno il vantaggio di produrre per più ore della giornata. Ma gli iter autorizzativi procedono a rilento.

Il caso dell’idroelettrico

Come sottolinea Elettricità Futura, ci sono circa 150 Gigawatt di rinnovabili pronte a partire ma ancora ferme in attesa di via libera. C’è poi il capitolo, se possibile ancora più ingarbugliato, dell’idroelettrico. Molti operatori chiedono che vengano sbloccati gli interventi di repowering, che consentirebbero un incremento di capacità. Ma la scadenza imminente delle concessioni e l’incertezza della riassegnazione tramite gara (caso unico in Europa) inchioda ogni piano futuro, col rischio, oltretutto, di appaltare la gestione di uno degli asset cruciali per il fabbisogno energetico nazionale a soggetti esteri.

Nel frattempo, la soluzione più percorribile per non mettere a dura prova il sistema viene ritenuta quella di affiancare alle rinnovabili un maggior numero di sistemi di accumulo, e una generazione cosiddetta baseload programmabile garantita dal gas, in attesa che arrivi anche il nucleare. Questa strategia è confermata anche dai piano di sviluppo di Terna. La società guidata dall’ad Giuseppina Di Foggia lo basa sugli investimenti continui nella rete e sull’obiettivo di un raddoppio della capacità installata di rinnovabili da 50 a 107 Gigawatt al 2030, e di una parallela integrazione di 12,9 Gwh di capacità di storage per gestire l’intermittenza delle fonti green e assicurare continuità di alimentazione. Nel 2024, intanto, la domanda elettrica italiana si è attestata a 312 Twh, e a soddisfarla è stato ancora in larga parte il mix termoelettrico. Il 43% dell’elettricità consumata, infatti, proviene da fonti tradizionali, soprattutto gas, mentre le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda, con un mix di tecnologie: l’idroelettrico resta la prima voce con 51 Twh (16%), seguito da fotovoltaico con 36 Twh (12%), eolico con 22 Twh (7%) e geotermia e biomasse, che insieme valgono 18 Twh (6%). (riproduzione riservata)



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