Uno schiaffo da 100 miliardi di euro abbatterà gli imprenditori italiani o al contrario infonderà loro il coraggio di investire sulle trasformazioni imposte dall’era post-pandemica?
La crisi è costata alle aziende quotate a Piazza Affari il 17% del fatturato complessivo, passato dai 514,4 miliardi del 2019 ai 423,3 miliardi del 2020. Dalla ricognizione condotta da Milano Finanza sui bilanci annuali di 165 realtà industriali del Mta emerge anche un calo del 20% del margine operativo lordo, da 84 a 67,3 miliardi. I morsi del Coronavirus si sono fatti sentire anche nell’ultima riga del conto economico, con gli utili crollati del 61% da 25,3 a 9,8 miliardi. Impossibile farne una colpa alle imprese, la pandemia è stato un cigno nero secolare: ha spezzato le catene produttive, interrotto la libera circolazione di persone e merci, bloccato del tutto le attività di svago e socializzazione. Le imprese del turismo hanno subìto un danno incalcolabile di cui i bilanci delle quotate del settore viaggi e ristorazione restituiscono un’eco: ricavi dimezzati, ebitda in contrazione del 77%, profitti non pervenuti. Superata l’emergenza sanitaria con le vaccinazioni, secondo gli esperti l’industria del tempo libero dovrebbe tornare ai fasti pre-pandemici e al relativo giro d’affari: sicuramente le persone riprenderanno a mangiare fuori e a viaggiare, anche se forse la curva delle trasferte di lavoro è già oltre il picco. Ristabilite le rotte e i commerci internazionali, specie verso la Cina, anche moda e lusso torneranno a correre dopo che nel 2020 il relativo comparto ha bruciato 1,5 miliardi di fatturato e oltre 500 milioni di utile. Ripresi aperitivi e cene al ristorante, infine, le quotate alimentari riguadagneranno la soglia dei 6 miliardi di ricavi persa dopo il -8% del 2020.
Per altri settori industriali sarebbe invece un errore sperare nel ritorno allo status quo ante pandemia: lo choc da Covid-19 ha impresso un’accelerazione a tendenze secolari, difficilmente le lancette torneranno indietro. Per l’industria dell’auto e della componentistica, per esempio, la frenata nel 2020 è stata brusca: il fatturato è sceso del 17,5% a 119,8 miliardi, l’utile si è pressoché azzerato (-96%), le immatricolazioni dei veicoli nuovi in Italia sono tornate ai livelli degli anni 70. «Nel nostro Paese abbiamo molte imprese eccellenti ma che faticano ad avere taglia adeguata al nuovo contesto», ha rimarcato il presidente di Brembo, Alberto Bombassei, in una recente intervista a questo giornale. «Abbiamo bisogno di imprenditori che vogliano rischiare di più e avere il mondo come obiettivo e che vedano la crescita anche con alleanze in modo positivo». Per uscire dalla crisi pandemica, insomma, i vaccini non bastano; servono investimenti, proiezione internazionale e dimensioni. L’appello di Bombassei vale anzitutto per l’auto e per l’indotto, chiamati a una rivoluzione elettrica e tecnologica che non consente tentennamenti. Ma il richiamo è rivolto più in generale al tessuto produttivo nazionale, caratterizzato da troppe aziende piccole, italo-centriche e poco propense a innovare.
A scorrere i dati dell’anno scorso l’invito del patron di Brembo a rischiare non pare sia stato accolto dai colleghi imprenditori: dinanzi all’impatto del coronavirus le aziende quotate a Piazza Affari si sono affannate a contenere l’indebitamento, rimasto sostanzialmente stabile a 210 miliardi di euro, metà del fatturato, 3 volte l’ebitda. Una decisione prudente, ma forse non particolarmente saggia in un’epoca contrassegnata da tassi al minimo e di svolta per l’industria globale.
Una transizione netta s’impone con urgenza soprattutto per il comparto petrolifero ed energetico. Nell’anno in cui il prezzo del greggio è sceso sotto zero, Eni, Saipem e Saras hanno accumulato quasi 10 miliardi di perdite e perso oltre un terzo del fatturato (-36% a 56,3 miliardi). In pochi prevedono che l’oro nero possa recuperare la lucentezza perduta. Il colosso Bp e l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili stimano che la domanda di petrolio abbia già toccato il picco nel 2019, mentre Eni raggiungerà il massimo della produzione nel 2025. Ecco perché tutte le big oil ambiscono a trasformarsi in major delle rinnovabili, imboccando un percorso già intrapreso da Enel e da altre utility al ritmo di piani d’investimento multimiliardari. Non a caso il settore delle utility è fra i pochi ad avere aumentato l’indebitamento, anche per finanziare piani di ammodernamento delle reti distributive. Il comparto ha tutto sommato retto bene l’impatto della crisi pandemica. Il fatturato è sì sceso sotto quota 100 miliardi (-15%), trascinato dal -19% del peso massimo Enel; margini e utili sono tuttavia cresciuti rispettivamente dell’1,6% e del 6,1% a 30 e 6,3 miliardi. Tanto non basta però a includerle nel novero dei vincitori della pandemia.
Per la verità, l’anno del Coronavirus ha arriso a ben poche delle imprese quotate a Piazza Affari, listino storicamente sbilanciato verso i settori ciclici. Ovviamente, con rare eccezioni, le aziende tecnologiche hanno prosperato: il settore ha aumentato i ricavi del 6,8% a 16,3 miliardi, riportando 1,2 miliardi di utili. A questi andrebbero poi aggiunti i numeri di società classificate in altri comparti, ma di fatto attive nei servizi digitali come Esprinet (4,5 miliardi di fatturato nel 2020, +14%) e Sesa (1,5 miliardi, +14%). Ancora meglio ha fatto la chimica con un aumento dell’11,8% dei ricavi a 1,9 miliardi per un utile di oltre 250 milioni. Merito soprattutto dell’exploit della matricola Gvs, produttore fra l’altro di mascherine, accessorio indefettibile in tempi di pandemia. Nel 2020 la corsa al tampone ha invece consentito a Diasorin di incrementare del 25% i ricavi, del 39% il margine operativo e del 41% i profitti, trainando i conti del comparto sanitario, altrimenti più anemici di quanto l’anno della sanità avrebbe indotto a credere. Ma sarà vera gloria per questi settori? I piani del governo italiano e dell’Unione europea autorizzano a pensare che tecnologia, sanità e chimica continueranno a prosperare, attraendo investimenti in quantità. Per metterli a terra con efficacia e diventare protagoniste a livello globale, però, le imprese tech e sanitarie avranno probabilmente bisogno di accrescere le dimensioni e diverse delle imprese citate sono alla ricerca di potenziali prede per fusioni o acquisizioni.
Un capitolo a parte meritano infine i bilanci delle quotate all’Aim, il listino dedicato alle piccole e medie imprese, che paiono contraddire quanto detto sinora circa l’esigenza di scala per sopravvivere nell’era post-pandemica. Le 98 società esaminate da Milano Finanza hanno nell’insieme superato la sfida Covid-19 meglio delle sorelle maggiori: nonostante un tracollo dell’80% dei profitti, queste pmi hanno contenuto al 3,2% il calo del fatturato e al 6,2% quello della marginalità industriale. Piccolo è quindi ancora bello? In realtà, si tratta di un confronto ingannevole, benché non privo di spunti utili al rilancio delle grandi aziende italiane. Su Aim sono infatti presenti molte più società tecnologiche e farmaceutiche rispetto al listino principale. Per quanto di dimensioni ridotte, poi, gran parte di queste imprese denota una spiccata vocazione internazionale, caratteristica che ha fatto loro guadagnare la definizione lusinghiera di multinazionali tascabili. (riproduzione riservata)