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Anche il Cile supera l’Italia nella classifica della competitività
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Anche il Cile supera l’Italia nella classifica della competitività

di Riccardo Gallo*
15 marzo 2026, 12:00

L'Italia è al 43° posto nella classifica mondiale della competitività, penalizzata da inefficienze aziendali e infrastrutture obsolete.

Con la guerra l’Europa rischia di perdere la già scarsa competitività. I vertici lo sanno ma sembrano incerti su come fare. A gennaio 2025 la Commissione trasmise al Consiglio una «Bussola per la competitività» basata sui Rapporti redatti da Enrico Letta (146 pagine) e Mario Draghi (due parti, 75 più 356 pagine). La Bussola punta a colmare il deficit di innovazione, fissare una marcia per decarbonizzazione e competitività, ridurre le eccessive dipendenze dell’Europa da altre potenze mondiali. Suggerisce di semplificare il contesto normativo, sfruttare i vantaggi del Mercato Unico, risparmiare e riorientare il bilancio dell’Ue, promuovere competenze e posti di lavoro, coordinare le politiche nazionali. Le azioni saranno basate su atti legislativi, approfondimenti di strategia, snellimento di regolamentazione, più ambizione, semplificazione, digitalizzazione, responsabilizzazione congiunta dei Paesi membri, sinergia di spesa. Dopo un anno il 26 febbraio il Consiglio ne ha discusso e ha concluso che ne discuterà. I Paesi membri aspettano.

Una graduatoria classifica i Paesi in base alla competitività: ecco quali sono

L’Osservatorio delle Imprese della Sapienza, pur consapevole della modestia dei propri mezzi, propone un metodo antitetico, non top-down (strategie generali calate con tempi biblici dal Consiglio Europeo) ma bottom-up (colli di bottiglia dei singoli Paesi da eliminare in raccordo con Bruxelles). I dati da cui partire sono dell’Imd (International Institute for Management Development) di Losanna: nella classifica mondiale della competitività tra 69 Paesi in testa ci sono Svizzera, Singapore, Hong Kong, Danimarca (primo Paese Ue). Seguono Emirati Arabi, Taiwan, Irlanda, Svezia, Qatar. Gli Usa erano primi fino alla presidenza Obama, poi nel 2020 sotto il primo Trump crollarono e hanno continuato a scendere, tanto che oggi sono al 13° posto.

La graduatoria è la media di tante graduatorie quanti sono (330) i parametri che determinano la competitività. Raggruppandoli via via, si arriva alla graduatoria generale. L’Europa a 27, se fosse un solo Paese, starebbe al 33° posto. I Paesi membri sono dispersi (Danimarca al 4°, Repubblica Slovacca al 63°). L’Osservatorio ha ricostruito la graduatoria per tutti i Paesi - per l’ultimo quarto di secolo e per i 330 parametri -, ha fatto analisi in lungo e in largo e può suggerire diagnosi e politiche tagliate su misura.

Ecco la posizione dell’Italia

L’Italia, scavalcata nel 2025 da Lettonia e Cile, sta al 43° posto, sotto la media Ue. Vi è scesa dal 41° posto del 2021 per colpa di una minor efficienza delle aziende (dal 35° al 45°) e di infrastrutture vecchie (dal 29° al 34°) nonostante un positivo andamento economico (dal 39° al 31°). Nell’efficienza delle aziende il 45° posto è la media tra: finanza (29°), produttività (32°), attitudini e valori (46°), pratiche gestionali (49°), mercato del lavoro (59°). Nelle infrastrutture il 34° posto è la media tra: infrastrutture ambientali e sanitarie (20°), scientifiche (21°), formazione (scuola e università, 33°), infrastrutture tecnologiche (48°), infrastrutture di base (50°). I colli di bottiglia dunque sono pratiche gestionali e mercato del lavoro da un lato, infrastrutture tecnologiche e di base dall’altro.

Su cosa bisogna lavorare

Nel team della Sapienza per le pratiche gestionali (nel 2022 il 60% delle imprese industriali italiane aveva un dinamismo medio-basso o basso) Mauro Gatti, economista aziendale, raccomanda soprattutto alle piccole e medie imprese attenzione all’innovazione organizzativa, alla valorizzazione del capitale umano, a una flessibilizzazione dei modelli per loro forse rivoluzionaria. Per il mercato del lavoro, secondo il giuslavorista Stefano Bellomo urgono: una risposta legislativa sui trattamenti retributivi minimi, un riordino radicale delle relazioni industriali in scia all’intervento della Corte Costituzionale in materia di rappresentanza sindacale, una ridefinizione delle competenze nelle politiche attive del lavoro.

Nelle infrastrutture di base, secondo Francesco Napolitano, esperto di quelle idriche, occorre accelerare la manutenzione delle reti e rafforzare le strutture tecniche dei regolatori e delle amministrazioni. Spetta infatti a loro individuare i nodi che limitano la capacità operativa. E spetta alla Cassa Depositi e Prestiti controllare che le reti si attivino. Nelle infrastrutture tecnologiche, secondo l’esperto Pierre Zanin l’Italia, grazie alla banda ultralarga al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ha ormai colmato il gap in campo digitale. Un consolidamento degli operatori favorirà l’innovazione e l’Agcom favorirà le tecnologie più efficaci. Poiché scarseggiano competenze Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics) il governo deve coinvolgere ancor più scuola, università e imprese e deve sollecitare politiche di attrazione e re-shoring professionale. L’attività dei data center per cloud e intellligenza artificiale è quantomai energivora. Perciò il Parlamento deve approvare in tempi rapidi il disegno di legge del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica in modo che si riparta con l’energia elettrica da fonte nucleare.

Questa ricetta andrebbe cucinata a Palazzo Chigi. (riproduzione riservata)

*presidente dell’Osservatorio
delle Imprese Univesità
La Sapienza-Roma



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