
Tre startup attive in altrettanti settori diversi: pagamenti digitali, economia creativa e compravendite immobiliari. Ma accomunate da (almeno) una caratteristica: la decisione di stabilire e mantenere la sede in Italia, un mercato sinora avaro con le giovani imprese. Milano Finanza ha intervistato i tre fondatori per tentare di sequenziare il dna degli unicorni e dei soonicorni italiani (come si definiscono le startup candidate a superare il traguardo simbolico del miliardo di valutazione). Chissà che non possa aiutare altre giovani imprese a replicarlo.
La sede. L'Italia è da sempre Paese esportatore di startup promettenti. Soldo, Scalapay e Moneyfarm hanno preferito per motivi regolamentari, finanziari o strategici di stabilire la sede principale all'estero. Il mercato del venture capital anglosassone è da sempre il più ampio d'Europa e gode di una relazione speciale, se non altro linguistica, con i munifici fondi statunitensi. La burocrazia è poi meno onerosa e il diritto più amico delle nuove iniziative imprenditoriali.

L'ambizione. «Vogliamo diventare la più grande fintech d'Europa, con un ebitda di centinaia di milioni», ha rilanciato Dalmasso nel commentare il mega-round da 320 milioni. Dopo aver superato i 3 milioni di utenti e i 3 miliardi di transato in Italia, la startup ha avviato l'espansione in altri mercati europei: Francia, Lussemburgo e Germania. Con l'obiettivo di aumentare l'offerta di servizi sulla piattaforma, poi, l'unicorno dei pagamenti è alla ricerca di acquisizioni da pagare in contanti o in azioni.

Gli investitori. Se l'ambizione è dall'Italia conquistare l'Europa o addirittura il mondo, il libro soci deve parlare più lingue nonché apportare competenze e relazioni. Casavo è stata la prima startup italiana a ottenere un investimento dal braccio di venture capital di Exor, primo sottoscrittore dei suoi due round più recenti. Al suo aumento di capitale ha poi partecipato Sébastien de Lafond, creatore di MeilleursAgents, che potrà agevolare l'espansione della piattaforma in Francia. Il fondo americano Addition ha invece garantito oltre il 50% dei 320 milioni raccolti da Satispay, nel cui azionariato figurano anche Greyhound, Block, Tencent. Bending Spoons è infine diventato una sorta di salotto buono digitale potendo annoverare fra i soci star, sportivi, manager e dinastie imprenditoriali: H14 (il family office di casa Berlusconi), Tamburi Investment Partners, Nuo Capital, il cantante Fedez, l'ex tennista Andre Agassi, il calciatore Keisuke Honda, l'ex numero uno di Google Eric Schmidt e, attraverso un club deal promosso da Cherry Bay Capital, le famiglie Barilla, Stefani, Caleffi e Boroli.
La fiducia. I round di Satispay, Casavo e Bending Spoons sono ancor più notevoli perché arrivano in un momento di crisi per le startup. «Sul mercato stiamo assistendo a un aggiustamento delle valutazioni che negli ultimi anni avevano raggiunto livelli irragionevoli, giustificati solo da un costo del denaro troppo basso; ora la liquidità è diminuita e l'instabilità geopolitica consiglia più prudenza», osserva Ferrari di Bending Spoons. «Credo che la cautela prevarrà per qualche anno e non ho ragione di pensare che la situazione in Italia sia diversa», aggiunge. «Semmai lo scoppio della bolla è meno deflagrante perché le valutazioni erano già più contenute».
Le startup italiane sono tuttavia più abituate delle concorrenti a gestire con efficienza risorse scarse. «Sicuramente c'è preoccupazione perché il rallentamento del venture capital ha un impatto globale e quindi anche sulle startup italiane», ammette Tinacci di Casavo. «È una preoccupazione costruttiva però che permette di razionalizzare le risorse, prendere migliori decisioni di business e far emergere solo le migliori aziende. In Italia abbiamo un vantaggio in tal senso: avendo avuto meno accesso al capitale rispetto ad altri ecosistemi, come imprenditori siamo già abituati a operare in modo più frugale e sostenibile nel lungo termine». Gli fa eco Dalmasso di Satiapay. «Se l'azienda è ben capitalizzata e ha un modello di business comprovato, i fondi sono ancora disponibili a fornire capitali perché sanno che avrà buone chance superare la crisi finanziaria», rimarca. «Nei limiti del rischio connaturato al venture capital, una startup ben strutturata è una scommessa più sicura». La pensa così il 52% dei venture capital europei sondati da TechChill che si dice propenso a investire in Italia nei prossimi mesi. E anche Oltreoceano l'attenzione è elevata: fra le 1.400 fintech seguite dagli scout del gigante americano BlackRock, confida un banchiere di primo livello, diverse hanno passaporto italiano.
L'ecosistema. Round insomma chiama round e le tre grandi operazioni citate potrebbero aver innescato un circolo virtuoso in Italia. «Tantissimi segnali indicano che siamo vicini al punto di decollo», suggerisce Tinacci. «Per dare un'ulteriore spinta possiamo far sì che da un punto di vista culturale ci sia maggiore propensione al rischio e aumentare così il livello di ambizione della nuova generazione di imprenditori». L'esempio e i suggerimenti sono le fondamenta degli ecosistemi innovativi che hanno fatto la fortuna della Silicon Valley prima e della French Tech poi. E anche in Italia sta nascendo un nucleo di giovani di successo che consiglia i nuovi fondatori e talvolta investe nelle loro startup. «Fra gli imprenditori di startup si è formato un gruppo coeso che si sente e si incontra regolarmente per condividere esperienze, trasferire conoscenze e risolvere problemi comuni», conclude Ferrari. «Stiamo facendo del nostro meglio per gettare in Italia le basi per un ecosistema dell'innovazione che possa aiutare altre startup a prosperare». (riproduzione riservata)