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AC Milan, l’anno della svolta. Stadio, conti, effetto Allegri e sogno scudetto: parla Paolo Scaroni

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San Siro, il Milan avvia il cambiamento con il nuovo stadio. Parla il presidente Paolo Scaroni

12 dicembre 2025, 20:20 Ultimo aggiornamento: 13 dicembre 2025, 11:48

Secondo il presidente dei rossoneri grazie alla strategia e agli investimenti della nuova proprietà americana migliorano i conti del club, che ora genera cassa e riduce il debito. Il nuovo San Siro raddoppierà i ricavi

Il rogito del 5 novembre ha chiuso la lunghissima partita sul futuro di San Siro e aperto una nuova fase per il Milan. Paolo Scaroni, presidente dal 2018, ha spiegato a Class Cnbc (video www.milanofinanza.it) cosa cambierà con il nuovo stadio, il futuro dei conti senza la Champions e i piani di Gerry Cardinale. Sullo sfondo, il divario crescente con la Premier League, le tensioni geopolitiche e un obiettivo sportivo che per il presidente resta non negoziabile: tornare stabilmente in Champions League. Perché, dice, «nel calcio europeo vincere è tutto».

Domanda. Lei ha lavorato quasi sette anni al progetto del nuovo stadio. Una vicenda tormentata, più volte sul punto di saltare. Come è arrivata la svolta?

Risposta. È proprio così, il giorno della firma è stato per me una data fondamentale, perché ho dedicato tanto tempo e tante energie a questo progetto. Quando iniziai a dire che Milano aveva bisogno di un nuovo impianto, molti mi guardavano come se fossi matto: «San Siro è stupendo, ci andavo con mio nonno e mio papà… perché cambiarlo?» Semplicemente non avevano mai visto uno stadio moderno. Col tempo, anche grazie alle immagini televisive degli impianti in Qatar, in Germania o in Inghilterra, è cambiata la percezione generale. Le persone hanno iniziato a dire: «Ma che begli stadi hanno all’estero, perché non dovremmo averli anche noi?». Questo cambio di umore si è riflesso sulla politica. L’investimento su San Donato ha poi mostrato a tutti la nostra determinazione: eravamo pronti a uscire da Milano pur di avere un nuovo stadio. Alla fine, l’amministrazione ha lavorato bene: acquistare uno stadio e un’area nel centro di una grande città è complesso ovunque, non solo in Italia.

D. Come sarà il progetto di Foster&Partners e David Manica?

R. Sarà uno stadio estremamente verticale, più dell’attuale San Siro, con una vicinanza al campo che garantirà un effetto spettacolare. Un impianto tecnologicamente avanzatissimo: doppi schermi, sistemi digitali evoluti, servizi dedicati al pubblico corporate, che per noi è essenziale per aumentare i ricavi, mantenendo però i prezzi dei biglietti popolari ai livelli attuali. Tra club e rispettive proprietà c’è piena sintonia: gli obiettivi sono comuni, il nuovo stadio è centrale per entrambi.

D. E i tempi?
R. La progettazione sarà completata entro estate 2026. Poi arriverà la Conferenza dei servizi, passaggio decisivo. Contiamo di iniziare gli scavi nel 2027 e aprire nel 2030. Quanto al Meazza, il suo futuro sarà affrontato solo dopo l’apertura del nuovo impianto, quando sarà pienamente operativo e utilizzato.

D. Come cambierà l’economia dei club, con uno stadio di proprietà?
R. In modo profondo. Uno stadio moderno è vivo sette giorni su sette. San Siro non sarà più un luogo «troppo pieno» quando si gioca, o «troppo vuoto» quando non si gioca. L’area sarà utilizzata continuamente, generando ricavi costanti da eventi, ristorazione, ospitalità, attività commerciali. Gli spazi corporate offriranno esperienze complete, come avviene in tutta Europa.
Ci aspettiamo, come già successo altrove, che i ricavi da stadio raddoppino. Sarebbe un salto strutturale e libererebbe risorse per l’intero sistema.

D. Avete chiuso il terzo anno consecutivo in utile, ma anche grazie a importanti cessioni, da Tonali a Rejinders. Come saranno i conti del 2026 senza Champions? Servirà più player trading?

R. Innanzitutto abbiamo raddoppiato i ricavi del Milan dal 2020 a prescindere dal mercato, da quello che facciamo comprando o vendendo giocatori. Lo abbiamo fatto grazie a sponsorizzazioni, stadio, merchandising e alle altre attività. Questo resterà, anche se non siamo in Champions League. Certo, non sarà facile quest’anno fare il quarto anno in positivo, ma non sono pessimista. Partiamo da una base più solida.
Abbiamo circa 70 milioni di debito, una cifra contenuta per un club delle nostre dimensioni. E continuiamo a investire: 250 milioni in nuovi contratti negli ultimi due anni. Generiamo cassa e manteniamo una gestione prudente.

D. Come risponde a chi pensa che i risultati di bilancio siano andati a discapito di quelli sportivi?
R. È una percezione comprensibile, ma sbagliata. Il mondo del calcio è cambiato. Non esiste più la figura del proprietario che finanzia tutto senza guardare i conti. Siamo soggetti al Financial Fair Play, obbligati ad avere bilanci sani e sostenibili. Risultati finanziari sostenibili e risultati in campo non sono due mondi separati: vanno insieme. È l’unico modo per restare competitivi nel lungo periodo.

D. Cardinale ha investito 1,2 miliardi nel 2022. Che piani ha per il futuro?
R. Cardinale ha creato un grande fondo globale dedicato allo sport, ai media e all’entertainment. Il Milan è stato l’investimento principale, ma non l’unico. È molto attivo anche nel mondo dell’entertainment, oggi segue attivamente anche la vicenda Warner Bros Discovery.
Ha portato competenze e visione che non avevamo. Se abbiamo raddoppiato il fatturato lo dobbiamo anche al lavoro fatto insieme a lui. Ha un progetto di lungo termine: vuole restare a lungo azionista del Milan.

D. La distanza tra Serie A e Premier League continua ad allargarsi. Cosa serve al calcio italiano?
R. Il problema principale sono i diritti tv internazionali: la Serie A incassa poco più di 200 milioni l’anno, la Premier League 2,2 miliardi. La Liga spagnola 7-800 milioni, grazie al traino di Messi e Ronaldo che ha attirato pubblico globale. Questo gap va colmato, servono molte iniziative: governance, marketing, prodotto televisivo migliore. Ma soprattutto servono nuovi stadi: il nuovo San Siro deve essere l’avvio di una stagione di ammodernamento degli impianti in Italia. Sono sicuro che altri seguiranno.

D. Per questo avevate pensato a giocare con il Como a Perth?
R. Sì. Dobbiamo lasciare San Siro per la cerimonia delle Olimpiadi, e dovevamo trovare un’opzione. Andare in Australia non era un’operazione economica ma un’operazione di promozione del calcio italiano in un Paese affamato di calcio. Non ho rinunciato all’idea, anche se le autorizzazioni necessarie sono molte, come i temi con Uefa e Fifa, e comincio a preoccuparmi.

D. Se saltasse, sarebbe un’occasione persa?
R. Sì, per la Serie A. Se siamo costretti a giocare altrove, tanto vale scegliere un mercato che vuole vedere il calcio italiano. L’Australia era un’opportunità concreta.

D. Cosa avete imparato dagli ultimi anni difficili?
R. Che l’esperienza conta. Un allenatore come Allegri porta competenza, serenità, gestione emotiva. La squadra in campo è «figlia dell’allenatore e della società»: ha bisogno di stabilità, equilibrio e visione. Cardinale ci garantisce tutto questo. E Allegri lo trasmette allo spogliatoio e allo staff.

D. Quindi cosa è cambiato in questa stagione?
R. La vittoria sofferta col Torino mi rende ottimista. L’obiettivo è chiaro: tornare in Champions League. Il Milan deve esserci sempre: siamo un club mondiale con 400 milioni di tifosi. Quel palcoscenico è il nostro posto naturale.

D. Crede allo scudetto?
R. Io uno scudetto l’ho vinto, ed è stata un’esperienza indimenticabile. Mi piace pensarci.

D. Cardinale ha detto: «bisogna vincere sì, ma in modo intelligente».
R. Nel calcio europeo vincere è tutto. Non esiste altra cultura sportiva paragonabile...

D. Un augurio per il 2026.
R. Che la nostra Nazionale torni ai Mondiali. È troppo tempo che manca all’appuntamento. (riproduzione riservata)



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